Antonio Gramsci – Sindacati e Consigli

Introduzione e Critica

In questi due articoli, Antonio Gramsci pone la questione del rapporto fra due importanti organizzazioni del movimento dei lavoratori: il Sindacato e il Consiglio di fabbrica. Da un lato egli, prendendo spunto dalla polemica contro il PSI e i burocrati della CGL, rivoluzionari a parole ma riformisti nei fatti, critica il Sindacato, additandolo come organizzazione essenzialmente “concorrentista”, tutta interna alla società capitalistica, tipica di una fase della lotta di classe “negativa” in cui gli operai tentano di equilibrare il costitutivo svantaggio a cui sono sottoposti nelle relazioni di mercato creando una legalità industriale in cui si cerca di comporre giuridicamente il conflitto di classe. Il sindacato non può quindi essere uno strumento di radicale rinnovamento della società: esso non demercifica il lavoro, ma ne regola l’offerta; esso non rompe la legalità capitalistica, ma tende a perpetuarla.

Diverso è invece il ruolo dei Consigli di fabbrica che, secondo Gramsci, sono il frutto più maturo della classe lavoratrice e nascono in una fase “positiva” della lotta di classe. Questo perché al loro interno l’operaio raggiunge la coscienza di classe, rendendosi conto che è possibile fare a meno del regime di proprietà prodotto dalla vendita della forza-lavoro ai capitalisti, e che può auto-definirsi attraverso la propria funzione di produttore. Perciò i Consigli sono lo strumento adeguato per la rivoluzione, perché hanno la loro ragion d’essere nel lavoro dei produttori e non nel salario e nella divisione in classi (come il sindacato): mentre il lavoro dei produttori è fatto “eterno”, la condizione fondamentale per la (ri)produzione organica di ogni società, il lavoro salariato e la divisione in classi che si porta dietro è tipico del modo di produzione capitalistico e la divisione delle classi è un fatto storicamente determinato che si vuole superare. Di più, i Consigli sono le cellule da cui sviluppare lo Stato proletario, in quanto creano l’unità organica della classe operaia, e attraverso di loro “il concetto di cittadino decade, e subentra il concetto di compagno” perché “la collaborazione per produrre bene e utilmente sviluppa la solidarietà, moltiplica i legami di affetto e fratellanza”.

Nonostante tutto Gramsci non butta completamente a mare il sindacato e ne riconosce un ruolo fondamentale in relazione ai Consigli. Innanzitutto il Sindacato, attraverso il bilanciamento dei poteri e la creazione della legalità industriale, crea un terreno favorevole alla classe lavoratrice per combattere la lotta di classe attraverso i Consigli e quindi fare in modo che le classi non possano più esistere né rinascere. Inoltre, il Sindacato disciplina il Consiglio: mentre i Consigli vogliono incessantemente rompere con la legalità industriale, il Sindacato tende a mantenerla. Perciò, in un’ottica rivoluzionaria, al Sindacato spetta il ruolo di frenare gli impulsi di Consigli, di circoscrivere le situazioni in cui l’azione della classe operaia possa avere successo, mentre ai Consigli spetta un ruolo “reagente” che allontani i rischi di burocratizzazione e funzionarismo sindacale.

Tutto ciò può sembrare vecchio e stantio ma a mio parere Gramsci coglie diversi aspetti fondamentali.

Innanzitutto descrive in maniera perfetta il ruolo del sindacato: il presente storico ci fa vedere molto bene come in assenza di organizzazioni della classe lavoratrice che combattano la lotta di classe in maniera “positiva” (come un partito comunista rivoluzionario o i Consigli), i sindacati può tentare al massimo di riequlibrare i rapporti di forza fra le classi, rimanendo però sempre dentro una logica capitalistica (quando va bene, quando va male invece accetta passivamente la politica della classe dominante, a mo’ di CGIL…).

Altra questione che Gramsci centra è la questione della cellula fondante dell’ordine nuovo, quello della società comunista. Qui però a mio parere Gramsci coglie l’aspetto in maniera mistificata: egli infatti parla del Consiglio di fabbrica come cellula di questa nuova società. Egli fa così l’errore di schiacciare la forma (la classe lavoratrice) sulla figura (l’operaio di fabbrica, incarnazione storico-empirica parziale e contingente della forma), limitando la soggettività rivoluzionaria alla sola classe operaia, fosse anche alleata con altre parti sociali. Un errore scusabile data l’epoca e lo spazio in cui Gramsci si trova a operare, dato che a Torino forma e figura erano quasi perfettamente sovrapponibili, ma che nel lungo periodo ha fatto sentire le sue conseguenze sul fallimento della politica ordinovista.

Nonostante la pecca di industrialismo, come detto Gramsci coglie qualcosa, ossia il modo di individuazione della cellula potenzialmente fondante la società comunista: questa è individuata sia a partire da ciò a cui la nuova organizzazione della classe lavoratrice si oppone (al mercato della forza-lavoro, che riduce il lavoratore a merce ad uso e consumo del capitalista; nel Consiglio di fabbrica invece il lavoratore è produttore cosciente del suo ruolo fondamentale, sa che potrebbe fare a meno del capitalista) sia dai rapporti di produzione che va a creare (nel Consiglio “subentra il concetto di compagno”, si forma la coscienza di classe, c’è in potenza l’auto-organizzazione della classe lavoratrice), e questa individuazione avviene a partire dall’aspetto centrale del modo di produzione (la produzione), sede del miracolo della (ri)produzione capitalistica. La forma di questa intuizione a me pare possa essere espressa, senza la pecca industrialista, con queste due parole d’ordine: democrazia sul posto di lavoro e cooperativa di produzione. La prima corrisponde al modo in cui i rapporti di produzione della classe lavoratrice devono essere organizzati nella seconda, che corrisponde invece alla cellula potenziale della nuova società comunista, liberata dalla pregiudiziale dell’esclusività aprioristica della classe operaia di fabbrica come soggetto rivoluzionario. È da questa prima individuazione che, a mio parere, bisogna ripartire.

Sindacati e Consigli I (11 Ottobre 1919)

L’organizzazione proletaria che si riassume, come espressione totale della massa operaia e contadina, negli uffici centrali della Confederazione del Lavoro, attraversa una crisi costituzionale simile per natura alla crisi in cui vanamente si dibatte lo Stato democratico parlamentare. La crisi è crisi di potere e di sovranità. La soluzione dell’una sarà soluzione dell’altra, poiché, risolvendo il problema della volontà di potenza nell’ambito della loro organizzazione di classe, i lavoratori arriveranno a creare l’impalcatura organica del loro Stato e vittoriosamente la contrapporranno allo Stato parlamentare. 

Gli operai sentono che il complesso della “loro” organizzazione è diventato tale enorme apparato, che ha finito per ubbidire a leggi proprie, intime alla sua struttura e al suo complicato funzionamento, ma estranee alla massa che ha acquistato coscienza dalla sua missione storica di classe rivoluzionaria. Sentono che la loro volontà di potenza non riesce ad esprimersi, in un senso netto e preciso, attraverso le attuali gerarchie istituzionali. Sentono che anche in casa loro, nella casa che hanno costruito tenacemente, con sforzi pazienti cementandola col sangue e le lacrime, la macchina schiaccia l’uomo, il funzionarismo isterilisce lo spirito creatore e il dilettantismo banale e verbalistico tenta invano di nascondere l’assenza di concetti precisi sulle necessità della produzione industriale e la nessuna comprensione della psicologia delle masse proletarie. 

Gli operai si irritano per queste condizioni di fatto, ma sono individualmente impotenti a modificarle; le parole e le volontà dei singoli uomini sono troppo piccola cosa in confronto delle leggi ferree inerenti alla struttura dell’apparato sindacale. I leaders dell’organizzazione non si accorgono di questa crisi profonda e diffusa. 

Quanto più chiaramente appare che la classe operaia non è composta in forme aderenti alla sua reale struttura storica, quanto più risulta che la classe operaia non è inquadrata in una confederazione che incessantemente si adatti alle leggi che governano l’intimo processo di sviluppo storico reale della classe stessa; tanto più questi leaders si ostinano nella cecità e si sforzano di comporre “giuridicamente” i dissidi e i conflitti. Spiriti eminentemente burocratici, essi credono che una condizione obiettiva, radicata nella psicologia quale si sviluppa nelle esperienze vive dell’officina, possa essere superata con un discorso che muove gli affetti, e con un ordine del giorno votato all’unanimità in un’assemblea abbruttita dal frastuono e dalle lungaggini oratorie. 

Oggi essi si sforzano di porsi all’altezza dei tempi” e, tanto per dimostrare che sono anche capaci di “meditare aspramente”, rivogano le vecchie e logore ideologie sindacaliste, insistendo penosamente nello stabilire rapporti di identità tra il Soviet e il sindacato, insistendo penosamente nell’affermare che il sistema attuale di organizzazione sindacale costituisce il sistema di forze in cui deve incarnarsi la dittatura proletaria. 

Il sindacato, nella forma in cui esiste attualmente nei paesi dell’Europa occidentale, è un tipo di organizzazione non solo diverso essenzialmente dal Soviet, ma diverso anche, e in modo notevole, dal sindacato quale sempre più viene sviluppandosi nella repubblica comunista rossa. I sindacati di mestiere, le Camere del Lavoro, le federazioni industriali, la Confederazione Generale del Lavoro sono il tipo di organizzazione proletaria specifico del periodo della storia dominato dal capitale. In un certo senso si può sostenere che esso è parte integrante della società capitalistica, e ha una funzione che è inerente al regime di proprietà privata. 

In questo periodo, nel quale gli individui valgono in quanto sono proprietari di merce e commerciano la loro proprietà, anche gli operai hanno dovuto ubbidire alle leggi ferree della necessità generale e sono diventati mercanti dell’unica loro proprietà, la forza-lavoro e l’intelligenza professionale. Più esposti ai rischi della concorrenza, gli operai hanno accumulato la loro proprietà in “ditte” sempre più vaste e comprensive, hanno creato questo enorme apparato di concentrazione di carne da fatica, hanno imposto prezzi e orari e hanno disciplinato il mercato. Hanno assunto dal di fuori o hanno espresso dal loro seno un personale d’amministrazione di fiducia, esperto in questo genere di speculazioni, in grado di dominare le condizioni del mercato, capace di stipular contratti, di valutare le alee commerciali, di iniziare operazioni economicamente utili. 

La natura essenziale del sindacato è concorrentista, non è comunista. Il sindacato non può essere strumento di rinnovazione radicale della società: esso può offrire al proletariato dei provetti burocrati, degli esperti tecnici in questioni industriali d’indole generale, non può essere la base del potere proletario. Esso non offre nessuna possibilità di scelta delle individualità proletarie capaci e degne di dirigere la società, da esso non possono esprimersi le gerarchie in cui si incarni lo slancio vitale, il ritmo del progresso della società comunista. 

La dittatura proletaria può incarnarsi in un tipo di organizzazione che sia specifico dell’attività propria dei produttori e non dei salariati, schiavi del capitale. Il Consiglio di fabbrica è la cellula prima di questa organizzazione. Poiché nel Consiglio tutte le branche del lavoro sono rappresentate, proporzionalmente al contributo che ogni mestiere e ogni branca di lavoro dà alla elaborazione dell’oggetto che la fabbrica produce per la collettività, l’istituzione è di classe, è sociale. La sua ragion d’essere è nel lavoro, è nella produzione industriale, in un fatto cioè permanente e non già nel salario, nella divisione delle classi, in un fatto cioè transitorio e che appunto si vuole superare. Perciò il Consiglio realizza l’unità della classe lavoratrice, dà alle masse una coesione e una forma che sono della stessa natura della coesione e della forma che la massa assume nell’organizzazione generale della società. 

Il Consiglio di fabbrica è il modello dello Stato proletario. Tutti i problemi che sono inerenti all’organizzazione dello Stato proletario, sono inerenti all’organizzazione del Consiglio. Nell’uno e nell’altro il concetto di cittadino decade, e subentra il concetto di compagno: la collaborazione per produrre bene e utilmente sviluppa la solidarietà, moltiplica i legami di affetto e fratellanza. Ognuno è indispensabile, ognuno è al suo posto, e ognuno ha una funzione e un posto. Anche il più ignorante e il più arretrato degli operai, anche il più vanitoso e il più “civile” degli ingegneri finisce col convincersi di questa verità nelle esperienze dell’organizzazione di fabbrica: tutti finiscono per acquistare una coscienza comunista per comprendere il gran passo in avanti che l’economia comunista rappresenta sull’economia capitalistica. 

Il Consiglio è il più idoneo organo di educazione reciproca e di sviluppo del nuovo spirito sociale che il proletariato sia riuscito a esprimere dall’esperienza viva e feconda della comunità di lavoro. La solidarietà operaia che nel sindacato si sviluppava nella lotta contro il capitalismo, nella sofferenza e nel sacrificio, nel Consiglio è positiva, è permanente, è incarnata anche nel più trascurabile dei momenti della produzione industriale, è contenuta nella coscienza gioiosa di essere un tutto organico, un sistema omogeneo e compatto che lavorando utilmente, che producendo disinteressatamente la ricchezza sociale, afferma la sua sovranità, attua il suo potere e la sua libertà creatrice della storia. 

L’esistenza di una organizzazione, nella quale la classe lavoratrice sia inquadrata nella sua omogeneità di classe produttrice, e la quale renda possibile una spontanea e libera fioritura di gerarchie e di individualità degne e capaci, avrà riflessi importanti e fondamentali nella costituzione e nello spirito che anima l’attività dei sindacati. Il Consiglio di fabbrica si fonda anch’esso sul mestiere. In ogni reparto gli operai si distinguono in squadre e ogni squadra è una unità di lavoro (di mestiere): il Consiglio è costituito appunto dai commissari che gli operai eleggono per mestiere (squadra) di reparto. 

Ma il sindacato si basa sull’individuo, il Consiglio si basa sull’unità organica e concreta del mestiere che si attua nel disciplinamento del processo industriale. La squadra (il mestiere) sente di essere distinta nel copro omogeneo della classe, ma nel momento stesso si sente ingranata nel sistema di disciplina e di ordine che rende possibile, con l’esatto e preciso suo funzionamento, lo sviluppo della produzione. 

Come interesse economico e politico il mestiere è parte indistinta e solidale perfettamente col corpo della classe; se ne distingue come interesse tecnico e come sviluppo del particolare strumento che adopera nel lavoro. Allo stesso modo tutte le industrie sono omogenee e solidali nel fine di realizzare una perfetta produzione, distribuzione e accumulazione sociale della ricchezza; ma ogni industria ha interessi distinti per quanto riguarda l’organizzazione tecnica della sua specifica attività. 

L’esistenza del Consiglio dà agli operai la diretta responsabilità della produzione, li conduce a migliorare il lavoro, instaura una disciplina cosciente e volontaria, crea la psicologia del produttore, del creatore di storia. Gli operai portano nel sindacato questa nuova coscienza e dalla semplice attività di lotta di classe, il sindacato si dedica al lavoro fondamentale di imprimere alla vita economica e alla tecnica del lavoro una nuova configurazione, si dedica a elaborare la forma di vita economica e di tecnica professionale che è propria della civiltà comunista. In questo senso i sindacati, che sono costituiti con gli operai migliori e più consapevoli, attuano il momento supremo della lotta di classe e della dittatura del proletariato: essi creano le condizioni obiettive in cui le classi non possono più esistere né rinascere. 

Questo fanno in Russia i sindacati di industria. Essi sono diventati gli organismi in cui tutte le singole imprese di una certa industria si amalgamano, si connettono, si articolano, formando una grande unità industriale. Le concorrenze sperperatrici vengono eliminate, i grandi servizi amministrativi, di rifornimento, di distribuzione e di accumulamento, vengono unificati in grandi centrali. I sistemi di lavoro, i segreti di fabbricazione, le nuove applicazioni diventano immediatamente comuni a tutta l’industria. La molteplicità di funzioni burocratiche e disciplinari inerente ai rapporti di proprietà privata e alla impresa individuale, viene ridotta alle pure necessità industriali. L’applicazione dei principi sindacali all’industria tessile ha permesso in Russia una riduzione burocratica da 100.000 impiegati a 3.500. L’organizzazione per fabbrica compone la classe (tutta la classe) in una unità omogenea e cosa che aderisce plasticamente al processo industriale di produzione e lo domina per impadronirsene definitivamente. 

Nell’organizzazione per fabbrica si incarna dunque la dittatura proletaria, lo Stato comunista che distrugge il dominio di classe nelle superstrutture politiche e nei suoi ingranaggi generali. I sindacati di mestiere e di industria sono le solide vertebre del gran corpo proletario. Essi elaborano le esperienze individuali e locali, e le accumulano, attuando quel conguagliamento nazionale delle condizioni di lavoro e di produzione sul quale concretamente si basa l’uguaglianza comunista. 

Ma perché sia possibile imprimere ai sindacati questa direzione positivamente classista e comunista è necessario che gli operai rivolgano tutta la loro volontà e la loro fede al consolidamento e alla diffusione dei Consigli, all’unificazione organica della classe lavoratrice. Su questo fondamentale omogeneo e solido fioriranno e si svilupperanno tutte le superiori strutture della dittatura e dell’economia comunista.

Sindacati e Consigli II (12 Giugno 1920)

Il sindacato non è questa o quella definizione del sindacato: il sindacato diventa una determinata definizione e cioè assume una determinata figura storica in quanto le forze e la volontà operaie che lo costituiscono gli imprimono quell’indirizzo e pongono alla sua azione quel fine che sono affermati nella definizione. Obiettivamente il sindacato è la forma che la merce-lavoro assume e sola può assumere in regime capitalista quando si organizza per dominare il mercato: questa forma è un ufficio costituito di funzionari, tecnici (quando sono tecnici) dell’organizzazione, specialisti (quando sono specialisti) nell’arte di concentrare e di guidare le forze operaie in modo da stabilire con la potenza del capitale un equilibrio vantaggioso alla classe operaia. Lo sviluppo dell’organizzazione sindacale è caratterizzato da questi due fatti: 

  1. il sindacato abbraccia una sempre maggior quantità di effettivi operai, cioè incorpora nella disciplina della sua forma una sempre maggior quantità di effettivi operai;
  2. il sindacato concentra e generalizza la sua forma fino a riporre in un ufficio centrale il potere della disciplina e del movimento: esso cioè si stacca dalle masse che ha irregimentato, si pone fuori dal gioco dei capricci, delle velleità delle volubilità che sono proprie delle grandi masse tumultuose. 

Così il sindacato diventa capace a contrarre patti, ad assumersi impegni: così esso costringe l’imprenditore ad accettare una legalità che è condizionata dalla fiducia che l’imprenditore ha nella capacità del sindacato di ottenere da parte delle masse operaie il rispetto degli obblighi contratti. 

L’avvento di una legalità industriale è stata una grande conquista della classe operaia, ma essa non è l’ultima e definitiva conquista: la legalità industriale ha migliorato le condizioni della vita materiale della classe operaia, ma essa non è più che un compromesso, che è stato necessario compiere, che sarà necessario sopportare fin quando i rapporti di forza saranno sfavorevoli alla classe operaia. 

Se i funzionari dell’organizzazione sindacale considerano la legalità industriale come un compromesso necessario, ma non perpetuamente, se essi rivolgono tutti i mezzi di cui il sindacato può disporre per migliorare i rapporti di forza in senso favorevole alla classe operaia, se essi svolgono tutto il lavoro di preparazione spirituale e materiale necessario perché la classe operaia possa in un momento determinato iniziare un’offensiva vittoriosa contro il capitale e sottometterlo alla sua legge, allora il sindacato è uno strumento rivoluzionario, allora la disciplina sindacale, per quanto è rivolta a far rispettare dagli operai la legalità industriale, è la disciplina rivoluzionaria. 

I rapporti che devono intercorrere tra sindacato e Consiglio di fabbrica debbono essere considerati da questo punto di vista: dal giudizio che si dà sulla natura e il valore della legalità industriale. Il Consiglio è la negazione della legalità industriale, tende ad annientarla in ogni istante, tende incessantemente a condurre la classe operaia alla conquista del potere industriale, a far diventare la classe operaia la fonte del potere industriale. 

Il sindacato è un elemento della legalità, e deve proporsi di farla rispettare dai suoi organizzati. Il sindacato è responsabile verso gli industriali, ma è responsabile verso i suoi organizzati: esso garantisce la continuità del lavoro e del salario, e cioè del pane e del tetto, all’operaio e alla famiglia dell’operaio. 

Il Consiglio tende, per la sua spontaneità rivoluzionaria, a scatenare in ogni momento la guerra delle classi; il sindacato, per la sua forma burocratica, tende a non lasciare che la guerra di classe venga mai scatenata. I rapporti tra le due istituzioni devono tendere a creare una situazione in cui non avvenga che un impulso capriccioso del Consiglio determini un passo indietro della classe operaia, determini una sconfitta della classe operaia, una situazione cioè in cui il Consiglio accetti e faccia propria la disciplina del sindacato, e a creare una situazione in cui il carattere rivoluzionario del Consiglio abbia un influsso sul sindacato, sia un reagente che dissolva la burocrazia e il funzionarismo sindacale. 

Il Consiglio vorrebbe uscire, in ogni momento, dalla legalità industriale: il Consiglio è la massa, sfruttata, tiranneggiata, costretta al lavoro servile, e perciò tende a universalizzare ogni ribellione, a dare valore e portata risolutiva a ogni suo atto di potere. Il sindacato, come ufficio responsabile in solido della legalità, tende ad universalizzare e perpetuare la legalità. 

I rapporti tra sindacato e Consiglio devono creare le condizioni in cui l’uscita dalla legalità, l’offensiva della classe operaia, avvenga quando la classe operaia ha quel minimo di preparazione che si ritiene indispensabile per vincere durevolmente. 

I rapporti tra sindacato e Consiglio non possono essere stabiliti da altro legame che non sia questo: la maggioranza o una parte cospicua degli elettori del Consiglio sono organizzati nel sindacato. Ogni tentativo di legare con rapporti di dipendenza gerarchica i due istituti non può condurre che all’annientamento di entrambi. Se la concezione che fa del Consiglio un mero strumento di lotta sindacale si materializza in una disciplina burocratica e in una facoltà di controllo diretto del sindacato sul Consiglio, il Consiglio si isterilisce come espansione rivoluzionaria, come forma dello sviluppo reale della rivoluzione proletaria che tende spontaneamente a creare nuovi modi di produzione e di lavoro, nuovi modi di disciplina, che tende a creare la società comunista. 

Poiché il Consiglio nasce indipendentemente dalla posizione che la classe operaia è venuta acquistando nel campo della produzione industriale, poiché il Consiglio è una necessità storica della classe operaia, il tentativo di subordinarlo gerarchicamente al sindacato determinerebbe prima o poi un cozzo tra le due istituzioni. La forza del Consiglio consiste nel fatto che esso aderisce alla coscienza della massa operaia, è la stessa coscienza della massa operaia che vuole emanciparsi autonomamente, che vuole affermare la sua libertà di iniziativa nella creazione della storia: tutta la massa partecipa alla vita del Consiglio e sente di essere qualcosa per questa attività. Alla vita del sindacato partecipa un numero strettissimo di organizzati; la forza reale del sindacato è in questo fatto, ma in questo fatto è anche una debolezza che può essere messa alla prova senza gravissimi pericoli. Se d’altronde il sindacato poggiasse direttamente sui Consigli, non per dominarli, ma per diventarne la forma superiore, si rifletterebbe nel sindacato la tendenza propria dei Consigli a uscire ogni istante dalla legalità industriale, a scatenare in qualsiasi momento l’azione risolutiva della guerra di classe. 

Il sindacato perderebbe la sua capacità a contrarre impegni, perderebbe il suo carattere di forza disciplinatrice e regolatrice delle forze impulsive della classe operaia. Se gli organizzati stabiliscono nel sindacato una disciplina rivoluzionaria, stabiliscono una disciplina che appaia alla massa come una necessità per il trionfo della rivoluzione operaia e non come una servitù verso il capitale, questa disciplina verrà indubbiamente accettata e fatta propria dal Consiglio, diverrà la forma naturale dell’azione svolta dal Consiglio. 

Se l’ufficio del sindacato diventa un organismo di preparazione rivoluzionaria, e tale appare alle masse per l’azione che riesce a svolgere, per gli uomini che lo compongono, per la propaganda che sviluppa, allora il suo carattere concentrato e assoluto sarà visto dalle masse come una maggiore forza rivoluzionaria, come una condizione in più (e delle più importanti) per il successo della lotta impegnata a fondo. 

Nella realtà italiana, il funzionario sindacale concepisce la legalità industriale come una perpetuità. Egli troppo spesso la difende da un punto di vista che è lo stesso punto di vista del proprietario. Egli vede solo caos e arbitrio in tutto quanto succede tra la massa operaia: egli non universalizza l’atto di ribellione dell’operaio alla disciplina capitalistica come ribellione, ma come materialità dell’atto che può essere in sé e per sé triviale. Così è avvenuto che la storiella dell'”impermeabile del facchino” abbia avuto la stessa diffusione e sia stata interpretata dalla stupidità giornalistica allo stesso modo della storiella sulla “socializzazione delle donne in Russia”. In queste condizioni la disciplina sindacale non può essere che un servizio reso al capitale; in queste condizioni ogni tentativo di subordinare il Consiglio al sindacato non può essere giudicato che reazionario. 

I comunisti, in quanto vogliono che l’atto rivoluzionario sia, per quanto è possibile, cosciente e responsabile, vogliono una scelta, per quanto può essere una scelta, del momento di scatenare l’offensiva operaia rimanga alla parte più cosciente e responsabile della classe operaia, a quella parte che è organizzata nel Partito socialista e che più attivamente partecipa alla vita dell’organizzazione. Perciò i comunisti non possono volere che il sindacato perda della sua energia disciplinatrice e della sua concentrazione sistematica. 

I comunisti, costituendosi in gruppi organizzati permanentemente nei sindacati e nelle fabbriche, devono trasportare nei sindacati e nelle fabbriche le loro concezioni, le tesi, la tattica della III Internazionale, devono influenzare la disciplina sindacale e determinare i fini, devono influenzare le deliberazioni dei Consigli di fabbrica e far diventare coscienza e creazione rivoluzionaria gli impulsi alla ribellione che scaturiscono dalla situazione che il capitalismo crea alla classe operaia. 

I comunisti del Partito hanno il maggiore interesse, perché su di essi pesa la maggiore responsabilità storica, a suscitare, con la loro azione incessante, tra i diversi istituti della classe operaia, rapporti di compenetrazione e di naturale indipendenza che vivifichino la disciplina e l’organizzazione con lo spirito rivoluzionario. 

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