Il Circo Liberale – Dal Ferro arrugginito su Marx (1/3)

“Il Circo Liberale” nasce con l’intento di discutere, criticamente e con un linguaggio tagliente, autori e intellettuali del pensiero liberale. Inauguro la rubrica con una serie di tre articoli su Riccardo Dal Ferro, divulgatore del pensiero liberale su youtube.

Introduzione

Vorrei iniziare questo scritto porgendo le scuse ai miei pochi lettori. Avrei infatti voluto inaugurare questa rubrica partendo dalla critica di un autore classico del liberalismo, o che perlomeno sia considerato come una loro punta di diamante (un Popper, per esempio). Ma la mia poca tolleranza per le bestialità mi costringe ad iniziare da un divulgatore. Non solo: mi costringe ad iniziare da un divulgatore che ha una fastidiosissima sindrome della vittima. Nella live apparsa sul canale del Cerbero Podcast infatti, Riccardo Dal Ferro si è prodigato nel tentativo di spiegare il pensiero di Marx. Il risultato è stato analogo a quello che sarebbe accaduto se Adolf Hitler fosse stato chiamato a spiegare biologia: un pasticcio tragicomico. Comico, per la grande quantità di assurdità inanellate una dietro l’altra senza la minima coscienza di starle dicendo; tragico, perché il tipo ha una notevole influenza. Vorrei però spezzare una lancia in favore del leader nazionalsocialista: non avendo Hitler una laurea in biologia, è normale che dica idiozie su quel campo.

Cosa c’entra questo col vittimismo? Nel video, Rick si fa ripetutamente beffe di uno strawman del marxista, secondo cui “solo i marxisti possono parlare di Marx” (ponendolo in analogia con un altro strawman, quello del femminista, secondo cui “solo le donne possono parlare di femminismo”). Il sottotesto retorico è semplice: “povero me, so già che i marxisti che mi criticheranno lo faranno con argomenti stupidi!” Ma io voglio rassicurare il nostro furbacchione, e dirgli, con una carezza, che lui può parlare di ciò che vuole, finché lo fa con buoni argomenti. Del resto, sarei un ipocrita se criticassi qualcuno perché parla di un pensatore che non fa parte del suo “perimetro ideologico”, e poi aprissi una rubrica sul liberalismo. Peccato che siano proprio i buoni argomenti a mancare. Anzi, direi che mancano proprio le basi che rendono possibile impostare dei buoni argomenti. Neanche può fuggire, come un Gallera qualunque, dicendo che la qualità di determinati argomenti è dipesa dal tenore della discussione. Una chiacchierata in live non è certo un trattato scientifico sull’idealismo trascendentale, e le difficoltà del Cerbero e dei suoi assidui ascoltatori sono ampiamente comprensibili. Ma c’è un limite entro cui l’oggetto della trattazione può essere esposto senza diventare altro da sé, limite che Rick ha ampiamente superato.

Vediamo ora nel concreto a cosa mi riferisco. La trattazione si svolgerà nel modo seguente: estrapolerò le diverse tesi che Rick ha esposto nel corso della live, ne farò una sezione per ciascuna e ne mostrerò l’inconsistenza di fondo. Questo mi sarà possibile facendo riferimento alle idee che tengono in conto la più recente filologia marxiana (Neue Marx Lektüre e MEGA2), base imprescindibile per parlare di Marx oggi (base che sono sicuro manchi al nostro eroe anti-collettivista, qualsiasi parto mentale assurdo voglia dire quando usa il termine “collettivismo”).

Tesi 1: “Non è vero che il vero Marx non è stato attuato, come affermano certi presunti marxisti; il socialismo del ‘900 ha invece seguito il vero Marx”

L’enunciazione di questa tesi mi permette di esprimere la mia opinione sulla questione del “vero Marx”. è vero, come dicono molti marxisti, che il vero Marx non è stato mai applicato? No. è perciò vero quello che dice Rick, ossia che il socialismo realizzato ha seguito il vero Marx? Manco per niente. Semplicemente, parlare di applicazione del “vero Marx” è assurdo. Che lo facciano i marxisti per dimostrare la loro adesione fideistica o che lo facciano i liberali per dare contro a Marx dimostrando un’altra adesione fideistica, finiscono entrambi per dimostrare la loro incosciente ignoranza. Questo per due motivi:

  • Il pensiero di Marx non ha pretese direttamente normative, nel senso che Marx non scrive una Repubblica (Platone), una Città del Sole (Campanella) o un’Utopia (More) del comunismo. Ciò significa banalmente che a Marx non interessava scrivere una teoria su cosa va fatto per prendere il potere e superare il modo di produzione capitalistico, ma era interessato a costruire dialetticamente una teoria ad alto livello di astrazione del modo di produzione capitalistico, mettendone in evidenza le categorie fondamentali e il funzionamento. Per specificare: da questo si possono certamente dedurre prescrizioni su cosa non fare (pena il reiterare la logica del modo di produzione capitalistico). Inoltre, non voglio negare che egli si sia occupato direttamente, in alcuni suoi scritti, di politica. Ma ciò è avvenuto per questioni specifiche contingenti, della propria epoca, quindi non universalizzabili e su un piano di astrazione diverso da quello del suo progetto di critica dell’economia politica.
  • L’opera marxiana è rimasta radicalmente incompiuta. Dal 1857 (anno della stesura dei Grundrisse) Marx stabilisce le coordinate generali del suo progetto di critica dell’economia politica, che da lì in poi, anche tenendo presente rielaborazioni di rilievo, non muteranno. Il problema è che di questo suo progetto vedrà la luce, oltre a Per la Critica dell’Economia Politica (1859), solo il primo libro del Capitale. Gli altri due libri saranno pubblicati da Engels, ma egli è partito da dei manoscritti assolutamente non pronti per la pubblicazione: il manoscritto del terzo libro era addirittura antecedente alla pubblicazione del primo, ed Engels ha fatto una vera e propria operazione di taglia e cuci per cavarne fuori un libro!

Questa doppia incompiutezza, teorica e politica, deve essere considerata come un punto di forza. Essa ci spinge, da una parte, a completare il progetto marxiano (e a criticarlo, in caso di errori), dall’altra a considerare la contingenza per elaborare delle teorie-cuscinetto in grado di rendere operazionalizzabile in senso di prassi politica la critica dell’economia politica. È questo, a mio avviso, il doppio compito del marxismo oggi: Marx è un punto di inizio, non di arrivo. Molti marxisti invece le hanno temute, e hanno preferito elidere l’incompiutezza teorica e affidarsi al marxismo-leninismo (in quanto vittorioso in Russia) e alle sue declinazioni per quella politica, perdendo la dimensione della contingenza.

La tesi 1 quindi è andata: Marx non è stato applicato, perché non c’è nulla da applicare; ad essere stato applicato è il marxismo-leninismo nelle sue diverse declinazioni.

Tesi 2: “Marx deresponsabilizza completamente l’individuo perché dice che il contesto lo determina completamente e dà più importanza ai gruppi”

Per sostenere questa tesi, Rick cita un passo della Prefazione a Per la Critica dell’Economia Politica dicendo che per Marx “non è la coscienza dell’individuo che determina le vicissitudini della storia (intesa come lotta di classe) ma è la storia che determina l’individuo”. Questa frase è citata male, in tre sensi. Primo, la frase corretta è “Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma, al contrario, è il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Il termine “individuo” non compare proprio. Secondo, la frase è tratta, appunto, da una prefazione in cui Marx sta enunciando schematicamente e senza rigore argomentativo gli elementi del suo progetto di critica dell’economia politica. Quindi non è la sede propriamente adatta per trarre conclusioni di questo genere. Terzo, Rick non ha chiaro gli oggetti polemici di questo discorso marxiano, che sono Hegel e Feuerbach: il primo per aver invertito soggetto e oggetto, il secondo per non essere uscito da un semplice critica ideologica che non considera la base sociale che permette il prodursi dell’ideologia. Ben inteso, l’Hegel criticato da Marx è un Hegel tutto suo. Marx purtroppo non ha mai capito molto di Hegel, come Rick di Marx del resto (e mi scuso con le ceneri barbute ad Highgate per il paragone).

Ciò però non toglie l’argomentazione, toglie solo la base testuale all’argomentazione. Quindi, da bravo marxista, non recalcitro e provo a rispondere. Un luogo testuale da cui si può provare a dedurre cosa pensa Marx degli individui è il Capitolo 5 del primo libro del Capitale, in cui espone la sua teoria della produzione in generale (generale in quanto comune ad ogni modo di produzione). Marx la pone a questa altezza per motivo del metodo dialettico, per cui non può anticipare dei risultati che deve dimostrare, e li può dimostrare solo dopo aver raggiunto un certo svolgimento della singolarità (ossia del Capitale). Egli può qui fissare in maniera astratta i momenti del processo reale e mostrare i presupposti ontologici fondamentali della sua teoria. Il processo reale è scisso analiticamente in processo lavorativo e processo di produzione. Il processo lavorativo è quel processo in cui sono combinati lavoro, mezzo di lavoro, oggetto di lavoro e finalità, ed è svolto dal singolo individuo astratto, mentre il processo di produzione è realizzato da molti individui che interagiscono tra loro in forme determinate al fine di ri-prodursi nella natura. Perciò è il corpo collettivo di individui (non ancora “formato”) ad essere il soggetto della ri-produzione sociale, non l’individuo singolo, ed è per questo motivo che dà più importanza ai gruppi. Un’importanza, beninteso, teorica, perché il suo obbiettivo è la costruzione di un modello ad alto livello di astrazione del modo di produzione capitalistico e la spiegazione del suo funzionamento. A questa altezza è anche impossibile parlare della responsabilità degli individui, discorso che è di stampo morale e che quindi può svolgersi solo ad un livello d’astrazione più basso e che consideri la contingenza.

Quindi anche la seconda tesi salta. Non è vero che Marx dice che il contesto determina completamente gli individui (stante il testo presentato per giustificare questa tesi) e dare più importanza a livello analitico ai gruppi né deresponsabilizza né giustifica moralmente gli individui. Fra l’altro, a questa cosa ci è arrivato anche il tizio del Cerbero Podcast quando nel video si è parlato dei rom. E se ci è arrivato un adepto di Peterson, può arrivarci benissimo Marx, che a differenza dei petersoniani fa parte del primo mondo dell’intelletto.

Tesi 3 e Tesi 4 : “Marx odia il progresso perché egli è contro la proprietà privata”; “Marx odia il progresso perché egli è contro l’alienazione”

La tesi 3 e la tesi 4 sono le mie preferite. Quando Rick le ha enunciate ho riso così tanto che ho dovuto mettere il video in pausa. Peccato ne sia realmente convinto, avrebbe potuto portarle al suo spettacolo di satira filosofica. Mi è difficile infatti immaginare una critica di Marx più buffa e allo stesso tempo più lontana dalla realtà. La caricatura che ne esce fuori l’ho voluta chiamare Ted Marxcynski, una sorta di via di mezzo fra un sindacalista incazzato e un anarco-primitivista puzzolente.

Partiamo dalla tesi 3. Per giustificarla, Rick cita un passo dei Manoscritti Economico-Filosofici del 1844: “l’economia politica parte dal fatto della proprietà privata. Non ce la spiega. Essa esprime il processo materiale della proprietà privata, il processo da questa compiuto in realtà, in formule generali, astratte, che essa poi fa valere come leggi. Essa non comprende queste leggi, cioè non mostra come esse risultino dall’essenza della proprietà privata.” Siccome ne ho l’occasione, vorrei esprimere il mio punto di vista (aderente alla Neue Marx Lektüre) sia in merito alla produzione giovanile di Marx, quella pre-1857, sia nello specifico ai Manoscritti.

Per quanto riguarda quei testi in generale, è necessario dire che non sono buoni testi da cui partire per comprendere il pensiero di Marx. Penso questo perché in questi scritti Marx non ha ancora ben chiare le coordinate del suo sistema e quindi procede per tentativi. Questo vuol dire che gli scritti giovanili vadano buttati? No. Vuol dire che i lavori giovanili altro non sono che lo sviluppo di intuizioni che verranno poi elaborate e dedotte sistematicamente a partire dalla teoria del Capitale, perciò vanno letti a ritroso, dopo di questo. A rischio di sembrare un po’ estremo, considerando l’enorme mole degli scritti, il carattere frammentato e incompleto del pensiero marxiano, credo che il miglior modo per conoscerlo sia partire da un testo filologico che ne ricostruisca il pensiero dal 1857 in poi in maniera sistematica e che tenga conto della MEGA2. Qualsiasi altro approccio sarebbe dannoso.

Nel merito dei Manoscritti invece, vorrei far notare tre cose. Primo, si tratta di un testo non pubblicato direttamente da Marx, testo pubblicato in forma completa solo nel 1932 e paradossalmente, passato sotto il silenzio in URSS per il potenziale critico che il concetto di alienazione aveva nei confronti del regime. Secondo, parlo di “testo” e non di “libro” perché chiamarlo libro sarebbe ridicolo: grazie alla MEGA2 sappiamo che non è stata concepita da Marx come un’opera vera e propria, ma come un insieme inscindibile di note, appunti ed estratti che egli scriveva mentre leggeva i classici dell’economia politica. Terzo, le conoscenze che Marx aveva in quel periodo dell’economia politica erano mediocri, ed è normale che fosse così: stava ancora imparando. Ciò andrà a relazionarsi anche con la sua teoria dell’alienazione, che all’interno del sistema costruito dal 1857 in poi perderà il suo carattere essenzialistico e sarà definita specificamente per il modo di produzione capitalistico come inversione del rapporto soggetto-oggetto nella produzione (dove il soggetto è il “lavoratore complessivo”, l’umanità prodotta dal modo di produzione capitalistico).

Stando così le cose, di nuovo, la base testuale per la critica di Rick cade e anzi, viene messa in evidenza la sua disonestà intellettuale: quale divulgatore pensa di poter restituire in maniera ““““critica”””” il pensiero di un autore sulla base di un testo non frutto di un pensiero maturo e che egli non ha pubblicato intenzionalmente perché non adatto per essere pubblicato? A naso, direi un divulgatore liberale.

Eliminata la base testuale, non resta che confutare l’immagine distorta di un Marx che odia il progresso, “reazionario, che crede a una passata età dell’oro” secondo le parole sconsiderate di Rick. Per passare da Ted Marxcynski a Karl Marx basta fare due cose.

La prima è citare il Manifesto:

La borghesia ha giocato nella storia un ruolo altamente rivoluzionario.
Dove è giunta al potere, la borghesia ha distrutto tutti i rapporti feudali, patriarcali, idilliaci. Essa ha lacerato spietatamente tutti i variopinti legami feudali che stringevano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato tra uomo e uomo altro legame che il nudo interesse, il freddo «pagamento in contanti». Ha annegato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i santi fremiti dell’esaltazione religiosa, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconica ristrettezza provinciale. Ha dissolto la dignità personale nel valore di scambio; e in luogo delle innumerevoli libertà faticosamente conquistate oppure accordate, ha posto come unica libertà quella di un commercio privo di scrupoli. In una parola, in luogo dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha introdotto lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido.
La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività fino ad allora guardate con rispetto e pia soggezione. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, lo scienziato in suoi operai salariati.
La borghesia ha strappato il tenero velo sentimentale ai rapporti familiari, riducendoli a un semplice rapporto di denaro.
La borghesia ha messo in chiaro come il brutale spettacolo di forza, tanto ammirato dalla reazione nel Medioevo, trovasse il suo appropriato completamento nella più fiacca poltroneria. Per la prima volta essa ha mostrato di cosa è capace l’attività dell’uomo. Ha realizzato ben altre meraviglie che le piramidi egizie, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche; ha compiuto ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le Crociate.
La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l’immutata conservazione del vecchio sistema di produzione. Il continuo sconvolgimento della produzione, l’ininterrotta messa in discussione di tutte le condizioni sociali, l’insicurezza e il movimento perpetui distinguono l’epoca borghese da tutte quelle precedenti. Vengono dissolti tutti i rapporti stabili e irrigiditi con il loro seguito di modi di vedere e di concezioni venerate e di veneranda età, e i rapporti nuovi invecchiano prima ancora di potersi consolidare. Si volatilizzano le immobili gerarchie sociali, viene profanato tutto ciò che vi è di sacro, e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con sguardo disincantato la propria posizione nella vita e i propri reciproci rapporti.

Questo è uno dei testi che il mio professore di sociologia politica, anti-marxista grazie al quale son diventato marxista, amava citare (ovviamente senza tutto il resto) per mostrare come anche Marx elogiasse la globalizzazione, il progresso e il ruolo storico della borghesia.

La seconda è far notare come uno dei motivi per cui Marx criticava il modo di produzione capitalistico, nonostante lo ritenesse un passaggio fondamentale dello sviluppo dell’umanità, è perché questo costituiva un limite allo sviluppo delle forze produttive, in quanto le lega alla valorizzazione del capitale. Pensiamo alle crisi di sovrapproduzione, in cui si distruggono beni per non abbassare il valore della loro forma di merce (pensate al latte dei pastori sardi o, per chi ha letto Furore di Steinbeck, alle arance). L’umanità secondo lui può fare di più, non tornare a meno.

Cadono così entrambe le tesi: Marx non odia il progresso, Marx in alcuni casi forse è anche troppo progressista (ho in mente la questione del colonialismo in India, che comunque nella vecchiaia rielaborerà). Semplicemente ne ha una prospettiva diversa: ha a che fare coi rapporti sociali più che con la semplice tecnica, non è lineare ma dipende dal tasso di conflittualità e non è sempre “buono” a priori e per tutti.

Tesi 5: “Marx è disonesto perché dice che il capitalista si appropria e basta del plusvalore”

Eccoci arrivati all’ultima assurdità. Rick dice che, secondo Marx, il denaro estratto dal plusvalore viene intascato e basta dal capitalista, lasciando intendere che secondo lui non viene reinvestito. Questa sciocchezza, secondo cui il capitalismo per Marx sarebbe un feudalesimo col bimby, non ha nessuna base testuale. Anzi, le basi testuali dicono altro. Ne prendo una sola, molto bella da leggere, nel primo libro del Capitale:

Quale veicolo cosciente di questo moto [denaro-merce-più denaro], il possessore di denaro diventa capitalista. La sua persona, o meglio la sua tasca, è il punto di partenza e il punto di ritorno del denaro. Il contenuto oggettivo di quella circolazione — la valorizzazione del valore — è il suo scopo soggettivo-, ed egli funziona come capitalista, ovvero come capitale personificato, dotato di volontà e di coscienza, solo in quanto l’appropriazione crescente della ricchezza astratta è l’unico motivo animatore delle sue operazioni. Non si deve quindi mai considerare il valore d’uso come il fine immediato del capitalista, né si deve considerare tale il guadagno singolo, ma solo il moto incessante del guadagnare. Questa spinta assoluta all’arricchimento, questa appassionata caccia al valore, è comune al capitalista e al tesaurizzatore; ma, mentre il tesaurizzatore è il capitalista impazzito, il capitalista è il tesaurizzatore razionale. L’incremento illimitato del valore, al quale il tesaurizzatore tende con tutte le forze cercando di salvare il denaro dalla circolazione, il più intelligente capitalista lo ottiene abbandonando il denaro sempre di nuovo in preda alla circolazione.

Direi che così cade anche la quinta tesi. Il capitalista per Marx non si appropria e basta del plusvalore, il capitalista secondo Marx è uno che venderebbe anche sua madre per valorizzare un altro poco il capitale. Quello che intasca (tesaurizza) e basta viene definito come “capitalista impazzito”, figura non adatta ad impersonare il processo che Marx sta descrivendo.

Conclusione

Arrivati alla fine di questo salone degli orrori/errori, voglio proporla io una ipotesi: Rick non ha letto Marx. Anzi, più precisamente, Rick ha letto al massimo gli scritti filosofici giovanili di Marx, mentre per il resto si è limitato a sfogliare le pagine a caccia di citazioni che corroborassero la sua posizione precostituita sull’autore. Questo è evidente da tante cose: quando ha citato la questione dell’alienazione ha menzionato un passo del Capitale, ma ha esposto la teoria presente nei Manoscritti, come se fossero le stesse; la tesi 5 non l’avrebbe partorita se avesse letto il Capitale nemmeno troppo attentamente; quando cita la questione del plusvalore parla di “plusvalore dell”individuo”; quando si scusa perché ha parlato in maniera semplificata di Marx, cita il materialismo dialettico, che in Marx non esiste.

Il problema è che si è anche permesso di dire che la sua spiegazione di Marx serve a “stare all’erta” quando lo si legge, tenendo a mente le tesi da lui esposte. Su questo punto mi trova d’accordo: tenete a mente le tesi esposte da Rick quando leggete Marx, per capire come la disonestà intellettuale di un liberale possa deformarne il pensiero e per evitare di leggerlo in quel modo. Per chi è interessato ad approfondirlo in maniera filologicamente corretta, in tutta la sua ricchezza e con tutte le sue problematicità, ho apposto qui sotto una piccola bibliografia.

Bibliografia per iniziare a conoscere davvero il pensiero di Marx

Fineschi R., Ripartire da Marx, La Città del Sole, Napoli, 2001

Fineschi R., Marx e Hegel, Carocci, Roma, 2006

Fineschi R., Un Nuovo Marx, Carocci, Roma, 2008

Musto M., Karl Marx. Biografia Intellettuale e Politica 1857-1883, Einaudi, Torino, 2018

Musto M., L’Ultimo Marx, Donzelli, Roma, 2016

Musto M., Ripensare Marx e i Marxismi, Carocci, Roma, 2011

Musto M. (a cura di), Marx Revival, Donzelli, Roma, 2019

Sgro’ G., Natura Storia Linguaggio. Studi su Marx, La Città del Sole, Napoli, 2019

Bellofiore R., Le Avventure della Socializzazione, Mimesis, Milano, 2018

10 commenti

  1. Ottimo articolo, molto scorrevole e argomentato in maniera solida, anche se a pensarci bene le tesi che Rick espone possono essere contraddette senza neanche correggerlo, dato che ha fatto errori di logica a dir poco enormi. Cioè veramente, ogni parola di quello che dice può essere smentita anche usando le citazioni incorrette

    Piace a 1 persona

    • Ciao Samuele! Grazie per i complimenti.
      Forse hai ragione, ma ho voluto comunque usare le citazioni corrette con uno stile orientato alla filologia per un intento diciamo “divulgativo”. Mi interessava diffondere le prospettive della Neue Marx Lektüre legata alla MEGA2 perché credo siano poco conosciute nel dibattito comune, ma a mio avviso sono fondamentali per conoscere veramente Marx e uscire dalle secche di molti dibattiti novecenteschi. Spero di essere riuscito nell’intento e di aver spronato qualcuno a consultare i testi che ho messo nella “bibliografia”.

      "Mi piace"

  2. Complimenti all’autore per questa critica organica e ben argomentata. Il video citato non l’ho mai concluso perché Rick DuFer mi è parso tremendamente superficiale in un primo momento e in malafede in un secondo. Ci ritornerò. Avevo pensato anche io di comporre un contributo per scardinarne le varie approssimazioni di quel video ma mi è sembrata una gran perdita di tempo. Leggendo il tuo pezzo vedo invece che non lo è stata. Chapeau!

    Piace a 1 persona

    • Ciao Afshin, grazie per i complimenti!
      Io il video ho dovuto vederlo due volte ed è stata pura sofferenza. Peggio mi sento inoltre se penso che per la seconda e la terza parte della serie dovrò rivedere altri suoi video, caratterizzati sempre da quel mix letale di sicumera e ignoranza. Per combattere le falsità del nemico però, questo e altro (e farlo con questo stile pungente mi diverte, lo ammetto).
      Dici che avresti voluto scriverne anche tu: hai per caso un blog? Così magari gli do un’occhiata.

      "Mi piace"

      • Ciao Sergio,
        nessun blog, solo una serie di contributi sparsi per riviste cartacee e qualche sito. Anche a questo giro sarei passato per certi mezzi ma, ripeto, non mi ci sono neanche dedicato. Hai la mia mail, se vorrai scrivermi sappi che mi farà piacere. Per ora attendo le future due parti a tema Dal Ferro.

        Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...