Palmiro Togliatti – Lo Stato del Lavoro

Introduzione

In questo scritto, Palmiro Togliatti mostra come il capitalismo liberale abbia esaurito il suo compito con la creazione dell’interdipendenza fra le diverse economie mondiali e come a questo punto avvantaggi solo una ristretta cerchia di persone. Da qui egli delinea la possibilità di un ordine comunista, da conquistare attraverso le Commissioni interne e le Federazioni professionali.

Lo Stato del Lavoro, 19 Luglio 1919

In ogni aggregato sociale si produce una quantità di beni i quali in seguito devono venir consumati, cioè ripartiti tra i produttori: il complesso degli atti costitutivi dei questo processo di produzione e ripartizione è ciò che noi chiamiamo gestione della ricchezza.

L’economia liberale riconosce la necessità che questa gestione sia fatta in modo tale da ottenere il massimo di utilità, e insegna che a questo scopo sono necessari la divisione del lavoro nell’interno di ogni nazione e nell’Internazionale, l’organizzazione industriale, il traffico e gli scambi. L’ideale dell’economia liberale è il raggiungimento di una tale specificazione di funzioni produttive che permetta ad ognuno, individuo o Stato, di raggiungere il limite estremo della propria capacità produttiva. Il liberalismo però ammette come un postulato o si sforza di dimostrare che un sol mezzo esiste per giungere a questo fine: ed è di lasciare piena libertà di azione all’iniziativa individuale, stimolata dall’interesse personale privato; si otterrà in tal modo il miglior impiego del capitale, il più redditizio sfruttamento dei campi, la più razionale norma degli scambi, la più economica distribuzione dei prodotti, il più grande incremento, in breve, della ricchezza collettiva. Il cosiddetto appello all’egoismo degli studiosi della “lugubre scienza” dei fatti economici, altro non è che l’appello a quella forza che si ritiene sola in grado di operare nella direzione migliore.

Orbene, in questa concezione esiste un contrasto tra lo scopo e i mezzi, perché si ritiene raggiungibile il fine, che è l’utile in generale, sotto l’impulso di sentimenti particolaristici ed esclusivisti. Questo contrasto è l’anima dello sviluppo delle economie a base nazionale, è la molla riposta del loro affermarsi antagonistico, dell’aspro combattersi o del pacifico cooperare. La delega all’iniziativa privata fu certamente un bisogno dei primi tempi della economia capitalistica; nel periodo distruttivo delle precedenti strutture economiche essa servì a rendere meno avvertite le difficoltà inerenti alla distruzione, a localizzare le conseguenze dei disastri finanziari inseparabilmente congiunti ai primi tentativi di instaurare la divisione del lavoro e gli scambi internazionali su vasta scala. Vi fu un’età eroica dell’iniziativa individuale, l’età dei primi moderni capitani di commercio e d’industria, precursori e strumenti d’una trasformazione dell’ordine totale dell’economia.

Oggi le condizioni sono mutate: il mercato mondiale è tutto aperto agli scambi, non più esistono terre nuove da aprire al traffico col sacrificio di beni e di vite umane; ogni paese ha assunto o tende ad assumere una propria fisionomia produttiva, il mercato mondiale tende a perdere l’elasticità e la capacità di improvvise trasformazioni, tende all’equilibrio. In queste condizioni l’interdipendenza economica di tutti i paesi rende impossibile la limitazione entro i confini di un’azienda privata delle conseguenze d’una impresa sbagliata, di un disastro finanziario. Il bene come il male, la perdita come il vantaggio, non possono più dirsi esclusivi di una compagnia commerciale o di un paese solo. Uno sciopero dei minatori inglesi fa chiudere le fabbriche di Torino e Genova, un cattivo raccolto nell’Australia affama Londra e Parigi.

Quest’unificazione del mondo in un sistema ferreo di produzione e di cambi è premessa materiale all’instaurazione del Comunismo. La iniziativa privata, la concorrenza, la libertà, perdono sempre più del loro valore, o lo conservano entro confini sempre più ristetti; in linea generale sono elementi perturbatori e deviatori, tendono soltanto ad accumulare gli utili della gestione comune nelle mani di piccoli nuclei privilegiati che agiscono in condizioni di monopolio, e sfruttano a questo scopo l’autorità e il potere dello Stato.

Lo Stato ha esaurito la propria funzione liberale, cioè quella di essere custode delle leggi e garante dell’ordine, condizione per lo svolgimento delle più o meno pacifiche competizioni di interessi privati concorrenti e in contrasto, e mentre cerca di mettersi all’altezza della nuova situazione non riesce non riesce ad altro che a farsi strumento di questo o quel gruppo chiuso. La causa di ciò è che gli organi dello Stato attuale creati, in regime di concorrenza, allo scopo di garantire ad ogni cittadino la libertà d’azione nei limiti che rendessero possibile una eguale libertà degli altri, non possono essere adeguati al nuovo compito, di collegare le azioni dei produttori, di provvedere ai bisogni dei consumatori in modo armonico e continuo.

Formula dello Stato liberale era la forza-autorità, la sua legge il codice civile, suo simbolo la lucerna del carabiniere; il nuovo Stato deve direttamente plasmarsi sulla organizzazione economica del lavoro, i suoi membri non sono più cittadini ma produttori, l’autorità non è estranea ad essi, perché ognuno di essi, in quanto lavora, si governa e contribuisce al governo comune, perché il lavoro, non più imposto dalle leggi e dalla necessità, ma compiuto con la coscienza della sua utilità e del suo valore, si risolve in un vero e proprio esercizio di sovranità. Il Comunismo, mentre riconduce la politica alla economia, cioè alla comune attività produttiva di ogni uomo, riconduce la sovranità alla sua sorgente prima e vera, alla coscienza individuale. In questo senso esso è antistatale e antiautoritario.

Ma se l’evoluzione del capitalismo ha preparato le condizioni materiali di attuabilità del nuovo regime, alla preparazione degli istituti nuovi debbono lavorare direttamente gli uomini nuovi: gli operai che, anticipando nell’animo l’avvento del mondo da essi sognato, già vivono in esso, e anticipano in sé i sentimenti, i pensieri, le virtù che saranno del domani. Chiusa è l’epoca dei venturosi capitani dell’industria e del commercio capitalistico, l’epoca delle convulsioni, delle crisi provocate dalla giovane ed esuberante iniziativa privata: entrano in scena, ferrei, disciplinati, concordi, i battaglioni dei lavoratori. Il mondo è loro, se essi sanno volere.

In linea generale, nessun problema diventa tale se non esistono le forze capaci di risolverlo; il dire che si è acquistata coscienza di un problema non vuol dire altro che questo: che si sono sviluppate delle forze, le quali sentono di dover assolvere un compito di interesse generale, credono e sanno che nel trionfo è il bene, è l’avvenire, è la speranza del mondo intiero. Lavorare a risolvere un problema non vuol dire altro che dare a queste forze sempre più chiara la visione del loro scopo, impedire che, fondendosi con correnti di altra natura, esse vengano meno, perdano le loro caratteristiche specifiche, affievoliscano l’impeto loro, non vuol dire altro che spronarle, incitarle, disciplinarle. Questo è il compito dell’organizzazione operaia.

In essa il lavoratore acquista dapprima consapevolezza di sé e della propria importanza come elemento di resistenza, poi come elemento di ricostruzione. La prima a prodursi è una ribellione generica alle condizioni di vita che la libera concorrenza tende a fare all’operaio; questi insorge come uomo, in difesa di quelli che considera sacrosanti diritti di umanità. La sua azione è un limite porto alla libertà assoluta del padrone, è una modificazione delle condizioni “naturali” del mercato; il lavoro cessa di essere una merce soggetta alle “leggi” di ferro della domanda e dell’offerta. Oggigiorno, nei luoghi ove l’organizzazione ha raggiunto il massimo sviluppo, il padrone non può più fissare il salario che a lui sembrerebbe “economico”, non può più licenziare la mano d’opera come gli fa comodo; deve in entrambi i casi sottostare al volere dell’operaio. L’uomo si è ribellato all’economia, la coscienza e la volontà contano di più delle leggi “scientifiche”. Giunti a questo punto si deve per forza entrare nel periodo critico di tutta l’organizzazione borghese: l’iniziativa individuale non può sussistere, l’organizzazione stessa dei lavoratori deve uscire dal terreno esclusivo della resistenza, prepararsi a diventare regolatrice suprema del lavoro, ordinatrice di fatto e di diritto di tutto il regime di produzione e di scambio, deve prepararsi a diventare il nuovo Stato, lo Stato del lavoro.

La necessità della trasformazione è ormai nelle cose stesse, ma perché essa si compia è necessario che in tutti i lavoratori penetri e si faccia strada questa convinzione: che l’organizzazione è lo Stato, che il luogo dove si lavora è la sede dell’autorità sociale, che gli atti che ivi si compiono sono le funzioni essenziali del nuovo ordinamento. Come possiamo ottenere ciò? Come generalizzare l’interesse dei produttori ai problemi della nuova vita, far entrare i tiepidi, anche i meno convinti, anche i non iniziai, nel nostro ordine di idee e sentimenti? Come possiamo, in una sola parola, far sì che tutta la massa lavoratrice diventi veramente rivoluzionaria? E ricordiamo: per noi essere rivoluzionari vuol dire lavorare in modo effettivo a una trasformazione di tutto l’ordinamento produttivo; per noi, fare propaganda comunista vuol dire portare degli uomini a pensare e agire da comunisti.

A ciò debbono servire i nuovi organi di vita operaia, già sorti nelle fabbriche col nome di Commissioni interne, e che crediamo non sia difficile far sorgere anche nei campi e dappertutto dove si produce. Per mezzo di essi gli operai e i contadini debbono cominciare a impadronirsi del meccanismo dell’azienda, e in pari tempo ordinare se stessi al prossimo fine di escludere completamente dall’azienda agricola e industriale il padrone.

A tale scopo occorre anzitutto che a far parte della Commissione interna siano eletti quegli uomini nei quali più è chiara la coscienza di questo fine, più è forte la volontà di lavorare per esso. Essi dovranno vivere in immediato contatto con la massa che lavora, oppure mantenere questo contatto per mezzo di un sistema di fiduciari, di commissioni in sott’ordine di reparto e di squadra. Il pericolo che minaccia l’organizzazione comunista è quello di diventare un’organizzazione burocratica, una gerarchia di impiegati: ciò le farebbe perdere immediatamente il suo carattere di essere spontanea emanazione della massa che si governa da sé: l’autorità estranea alle coscienze, il potere irresponsabile risorgerebbero nel peggiore dei modi.

Tra gli scopi delle Commissioni interne, è da considerare anzitutto quello di far entrare nelle organizzazioni federali tutti i nuovi venuti alla vita operaia, e questo si ottiene facilmente quando nei membri della Commissione essi vedranno i loro naturali difensori contro gli interessi del padrone.

Ma le funzioni che nel momento presente hanno maggiore importanza sono quelle che riguardano la disciplina e l’ordinamento interno della fabbrica. Gli organi dei lavoratori debbono tendere ad assumere qui sempre maggiore importanza: dalla sorveglianza nei reparti, dal diritto di controllare o infliggere le punizioni, fino alla distribuzione dei pezzi di lavoro, all’apprezzamento del capolavoro, alla fissazione dei cottimi e dei salari, è tutto un complesso di funzioni che dovranno essere esercitate dalla Commissione come delegata dalla massa. In pari tempo la massa, per mezzo dei suoi rappresentanti diretti, potrà pretendere di partecipare o almeno di controllare la direzione dell’azienda, l’impiego dei capitali, l’indirizzo dato alla produzione, la ripartizione dei dividendi. Non è da escludere a questo scopo una partecipazione di delegati operai ai Consigli di amministrazione. Ben inteso, si terrà sempre presente che tutto ciò si fa per educare la massa operaia a reggersi da sé, per svolgere la sua capacità di autogoverno, e quindi i delegati operai dovranno continuamente riferire agli operai stessi, o tenerli al corrente del loro operato e della vita di tutta l’officina mediante bollettini periodici. Per completare poi l’educazione tecnica dei lavoratori dovrebbero sorgere nelle officine appositi reparti di istruzioni professione e generale, a tutti si dovrebbe far obbligo di dedicare alcune ore settimanali allo studio e all’esercizio tecnico.

Questo per quanto riguarda l’interno della fabbrica: ma ogni fabbrica divenuta in tal modo un centro completo di vita comune deve poi entrare in relazione con gli altri organismi simili, servendosi delle Federazioni professionali; così dovranno svilupparsi le istituzioni di collegamento con carattere locale, le Camere del Lavoro, e dalle Federazioni si salirà ai Sindacati nazionali, dalle Camere alla Confederazione generale del Lavoro.

Lo schema generale, l’impalcatura dello Stato nuovo non è un’esagerazione dire che già esiste. Occorre rivestire questo scheletro di carni e nervi, farne un corpo vivente, infondergli l’alito vitale e animatore; e ciò farà la massa dei lavoratori se noi le daremo il modo di esprimere, di manifestare, di concretare la propria volontà rivoluzionaria.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...