Palmiro Togliatti – Su Polemica Liberale di Mario Missiroli

Introduzione

Questo scritto è tratto da “la battaglia delle idee” rubrica interna a L’Ordine Nuovo da cui Togliatti amava fare a pezzi, con il suo stile professorale ma tagliente, il libro o il pensatore di turno. Oggetto di questo articolo è una raccolta di articoli di Mario Missiroli raccolti sotto il titolo di Polemica Liberale. Gli argomenti qui esposti sono abbastanza classici, tipici di un comunismo di matrice storicista. Nel discutere di liberalismo, che secondo Togliatti nasce dalla Riforma protestante, egli non si fa problemi a dire che è esistita una sua parte progressiva, consistita nella messa in questione del principio di autorità attraverso l’esame critico della ragione e nello spostamento dello sguardo dal Cielo alla vita terrena:

Il principio liberale, inteso in questo senso, non può oggi essere respinto, da nessuno che si dica e voglia essere uomo moderno, perché respingerlo vuol dire tornare molto ma molto indietro nella storia del pensiero, vuol dire rinnegare tutto ciò che vi è di essenziale oggi nella nostra coscienza, rinunciare a tutte le conseguenze del libero esame, ai risultati della critica della ragione, della Rivoluzione politica e della Riforma religiosa, e vuol dire forse rinunciare a molte altre cose ancora, per esempio a quello che di nuovo e di vitale ha portato e lasciato negli animi il cristianesimo, insegnando all’uomo a entrare in se stesso e a cercare dentro di sé la sua verità e il suo Dio, con un conoscere ch’è insieme amare, e dunque volere ed operare.

Lo stretto legame posto da Togliatti fra Riforma e liberalismo ha due conseguenze. La prima è che il cattolicesimo, con la sua negazione della modernità, ossia della centralità della vita terrena e del razionalismo, è la negazione assoluta del liberalismo. Togliatti quindi sembra sottovalutare la capacità adattiva sia della Chiesa che dei cattolici, capacità adattiva che stava già emergendo in quegli anni (pensiamo ai modernisti o al Partito popolare).

La seconda conseguenza è che, se il cattolicesimo è negazione assoluta del liberalismo, il socialismo ne è la negazione determinata, è il vero erede del liberalismo. Il liberalismo, dopo aver riportato la sua vittoria ed essersi fatto ordine, ha infatti esaurito la sua spinta progressiva. Da critica del potere feudale si è fatto apparato di classe che controlla e produce un ordine basato sulla compravendita degli uomini sul mercato e sullo sfruttamento del lavoro, e pretende arrogantemente di essere l’ultima rivoluzione politica, l’ultima parola della modernità. Parlando di questo esaurimento, Togliatti non può esimersi dal paragonare, con una battuta, i liberali ai vecchi aristocratici, e traccia la strada che i socialisti dovrebbero seguire. Se la funzione attuale dei liberali è analoga a quella dei vecchi nobili, la funzione attuale della classe lavoratrice non può che essere quella dei vecchi liberali:

Il nome di liberale resta, come agli aristocratici datisi al commercio restava il titolo nobiliare suonante di armi e di battaglie, ma i liberali sono morti, sono diventati conservatori, “classe dirigente”, uomini di ordine, e il loro “ordine” è l’ultima forma storica del diritto divino. La funzione liberatrice è passata ad altri, a una classe nuova, che, prendendo a sua volta coscienza del suo scopo in modo radicale e completo, riscuote nel suo pensiero tutte le audacie, rivendica a sé tutto ciò che di universalmente valido ancora vive nella tradizione rivoluzionaria, e non rinnega il passato mentre si conquista l’avvenire.

Nonostante io non condivida questo approccio storicista, basato su una concezione lineare della storia che abusa di analogie, mi sento di condividerne un punto: noi socialisti e comunisti siamo ciò che mette in discussione chi pretende di essere l’ultima parola della modernità, e lo facciamo con gli stessi strumenti della modernità. Per questo, tutte le mode intellettuali che cercano di fondere liberalismo e socialismo non hanno il minimo senso: nel socialismo sono già contenute le istanze progressive del liberalismo, ricomprese in un sistema di pensiero superiore.

Polemica Liberale di Mario Missiroli (20-27 Settembre 1919)

Che cos’è il liberalismo?

La polemica, dalla quale questo libro trae il titolo, che ne forma la parte centrale e dà luce e valore alle altre parti, si svolse tra il Missiroli e alcuni uomini politici e di pensiero, intorno al concetto di liberalismo e alla funzione del Partito liberale. Che vuol dire essere liberali? E se questa parola, per la stessa estensione del suo contenuto, conserva un significato politico, quale dovrebbe essere, in politica, il logico programma dei liberali, l’atteggiamento coerente con le premesse di pensiero alle quali essi vorrebbero richiamarsi? o meglio: esistono ancora degli uomini, dei gruppi, un partito, che possano richiamarsi a queste premesse, considerarsi depositari e propugnatori della grande idea, eredi del grande nome ch’è sì facile rimettere a nuovo, ogni tanto, tra le stamburate patriottiche e la retorica del Risorgimento nazionale?
Perché il liberalismo fu pure una grande cosa; chiamarsi ed essere liberali non fu una frase priva di senso, quando i pensatori e gli uomini d’azione del Settecento e della prima metà dell’Ottocento conducevano la polemica e la lotta contro il sistema di governo monarchico-feudale e contro l’ordine sociale del privilegio e degli abusi signorili, e compievano quest’opera in modo organico, completo, con chiara consapevolezza del valore dei princìpi e delle loro inevitabili conseguenze pratiche. Il liberalismo era allora movimento radicale e universale; aveva una sua filosofia e propugnava un rinnovamento letterario, voleva instaurata su nuove basi la vita morale e preconizzava tutte le trasformazioni politiche e sociali. Fonte prima di tutto il movimento era il principio individualista e rivoluzionario, il quale apre la storia delle età moderne, il quale fu ed è anima di tutta la modernità, giustificatore di tutte le rivolte, scatenatore di tutte le forze, liberatore da tutte le schiavitù. La rivoluzione liberale incominciò nel campo religioso con Lutero, con l’applicazione del libero esame, con la ribellione della coscienza individuale al principio di autorità. Ma la Riforma non fece che aprire la via alle successive deduzioni e conseguenze dello stesso principio: il demonio, cioè il pensiero umano, una volta spezzate le catene, non si volle più fermare e proseguì, invincibile, l’opera di liberazione, e si chiamò Kant e Rousseau, Schiller e Voltaire, fu romantico in poesia, razionalista in politica, soggettivista e idealista in filosofia; il tradizionale modo di considerare il mondo e la vita, l’uomo e le cose sue fu arrovesciato, negato ogni trascendente, scoperta nella consapevolezza umana l’origine e la norma di ogni reale, il centro dell’universo fu tolto dal cielo e posto sulla terra, nella coscienza e nella volontà stessa degli uomini.
Il principio liberale, inteso in questo senso, non può oggi essere respinto, da nessuno che si dica e voglia essere uomo moderno, perché respingerlo vuol dire tornare molto ma molto indietro nella storia del pensiero, vuol dire rinnegare tutto ciò che vi è di essenziale oggi nella nostra coscienza, rinunciare a tutte le conseguenze del libero esame, ai risultati della critica della ragione, della Rivoluzione politica e della Riforma religiosa, e vuol dire forse rinunciare a molte altre cose ancora, per esempio a quello che di nuovo e di vitale ha portato e lasciato negli animi il cristianesimo, insegnando all’uomo a entrare in se stesso e a cercare dentro di sé la sua verità e il suo Dio, con un conoscere ch’è insieme amare, e dunque volere ed operare.
I soli che possano opporsi al liberalismo e negarlo in tutte le sue conseguenze, sono i cattolici, perché la loro dottrina è immune da ogni partecipazione con le premesse dell’individualismo razionalista. Contro il razionalismo solo la Chiesa cattolica ha ragione, perché essa sola gli oppone una negazione assoluta; alla concezione moderna “che ripone la giustizia nella storia, il principio morale nella coscienza individuale, valida, da sola, a intuire l’assoluto, autorizzata da ultimo a negare qualsiasi verità soprannaturale”, la Chiesa oppone, e non scende a patti, la sua concezione, che è negazione di ogni valore intrinseco del mondo e della vita terrena. Alla modernità, che dilania se stessa nella ricerca dell’utile, del giusto e del buono, che devono regnare quaggiù, ma che non si conquistano che attraverso le vie dolorose dell’azione, e conquistati sfuggono di nuovo, se vien meno lo sforzo di volontà e di passione che ce li fece raggiungere, e la lotta si eterna sul teatro sanguinoso della storia – a questa modernità la Chiesa oppone il suo vero assoluto: un bene che non è di questa terra, la pace che viene dalla risoluzione del male nell’intimità di ogni anima con la preghiera e il raccoglimento, e invece della giustizia, la carità e l’amore.

Liberal-conservatori e socialisti

Non c’è via di mezzo, o si è liberali o si è cattolici; ma liberali non si può essere a metà: accettato il principio bisogna andare fino in fondo, e in fondo si trova qualcosa di più della semplice liberazione dal giogo dell’autorità spirituale, si trova quell’effettiva liberazione degli spiriti che si realizza soltanto con l’abbattimento delle autorità terrene, con l’organizzazione politica ed economica che renda possibile la libertà di tutti. La verità trascendente l’abbiamo distrutta nel cielo, perché dobbiamo continuare a riconoscerla e rispettarla quando si tratta delle istituzioni politiche ed economiche, che sono pure sostanziate e nutrite di volontà umana? E infatti, detronizzato il povero vecchio Dio, venne la volta delle autorità mondane. La Divina Commedia, diceva Bertrando Spaventa, una volta rappresentata in cielo fu rappresentata poi sulla terra, e i re salirono la ghigliottina, i parlamenti abolirono i privilegi, la critica si estese alle basi prime dell’autorità e dell’ordine sociale, al modo di produzione e distribuzione della ricchezza. Anche qui, anzi, qui essenzialmente vi è un’opera di liberazione da compiere. La lotta di classe è l’ultima conseguenza dell’applicazione integrale del libero esame, è il principio rivoluzionario elevato a legge di sviluppo di tutta la realtà sociale. I socialisti sono i soli che continuano il pensiero e l’azione del liberalismo. Ma chi ha posto le premesse si ribella alle conclusioni. L’idea liberale era necessario viatico della classe borghese che, risollevandosi da secoli di oppressione, aveva bisogno che i filosofi le dessero coscienza dello scopo universale di liberazione che la storia le serbava, e in nome del giusto e del vero santificassero le sue gesta. Le idee dell’89, il contratto sociale, la libertà, l’uguaglianza ecc., furono i miti d’una classe lanciata all’assalto del potere. Riportata la vittoria, le cose cambiarono; non ci fu più una posizione da conquistare, ma una posizione da mantenere, e il pensiero rivoluzionario, che nella proclamazione dei diritti dell’uomo aveva trovato accenti di universalità, che sembravano renderlo capace di ogni rinnovamento, si cristallizzò, nelle Costituzioni liberali che vollero esser l’ultima parola dell’evoluzione politica; nell’azione di governo che pretese chiudere l’era delle rivoluzioni.
Da allora la parola liberalismo ha cambiato significato: libertà non è più lotta per l’affermazione di sempre nuove forze, per la risoluzione di contraddizioni sempre rinascenti, continuo rinnovarsi delle sorgenti del potere col progredire continuo della consapevolezza; libertà diventa sicurezza di armonico sviluppo, nei quadri stabiliti, sotto la tutela della classe che governa e concepisce la sua azione, sotto un’apparenza di assoluto, come una investitura perpetua da parte dello spirito del mondo. Non si parla più di libertà conquistata ma di libertà garantita, non più di diritti dell’uomo ma di ordine sociale. Il nome di liberale resta, come agli aristocratici datisi al commercio restava il titolo nobiliare suonante di armi e di battaglie, ma i liberali sono morti, sono diventati conservatori, “classe dirigente”, uomini di ordine, e il loro “ordine” è l’ultima forma storica del diritto divino. La funzione liberatrice è passata ad altri, a una classe nuova, che, prendendo a sua volta coscienza del suo scopo in modo radicale e completo, riscuote nel suo pensiero tutte le audacie, rivendica a sé tutto ciò che di universalmente valido ancora vive nella tradizione rivoluzionaria, e non rinnega il passato mentre si conquista l’avvenire.
Le vecchie classi borghesi, i partiti di governo ben sentono il pericolo e l’equivoco della loro posizione; hanno una coscienza più o meno chiara che il principio che ha giustificato il loro avvento al potere, giustifica ora l’ascesa e l’affermazione di sé dei nuovi ribelli, sanno che Babeuf non è altro che un Robespierre il quale va fino in fondo, che Marx è figlio diretto di Hegel, e Bakunin è perlomeno nipote di Rousseau, e vorrebbero tornare indietro, rinunciare al diavolo e rifarsi frati, anche a costo di riaccettare un po’ di antico regime. Ma solo il diavolo, cioè la rivoluzione, ha legittimato i loro titoli, e rinnegando la sua logica essi perdono ogni ragione ideale di esistere, diventano puro elemento reazionario, forza che resiste, peso morto; il loro Stato non si giustifica più che per motivi pratici, perché c’è della gente che non vuole lasciare ad altri il proprio posto.

Lo Stato liberale in Italia

Il processo è visibile in tutti gli Stati moderni, visibilissimo in Italia, dove, mancando una tradizione di governo unitario, ed essendo anche non troppo ben fusa ed una la compagine nazionale, lo Stato non altrove che nei princìpi della rivoluzione poté trovare una giustificazione ideale della sua esistenza. E così difatti fondavano lo Stato i pensatori del Risorgimento, dal Mazzini allo Spaventa. Ma chiusa l’epoca delle rivolte nazionali e costituzionali, conquistato alla monarchia tutto il paese, cominciò il periodo critico dello Stato italiano, che non poteva essere reazionario se non voleva distruggere se stesso, mentre d’altra parte, per la mancanza di una vera classe borghese industriale o agricola, il partito cosiddetto liberale non riusciva mai a liberarsi dal vacuo gioco delle parole e degli uomini, a concretare la sua azione in un positivo programma di ricostruzione e di rinnovamento.
Noi scontiamo ancora oggi il peccato d’origine del liberalismo nostrano, di essere stato movimento di un’aristocrazia intellettuale e non riscossa e riordinamento di sane e forti energie sociali. La macchina dello Stato, costruita secondo le regole dell’arte di governo venuteci d’Inghilterra e di Francia, era perciò destinata a diventare, nelle mani dei primi nuclei i quali avessero organizzata la propria forza allo scopo di conquistarla, istrumento di dominio sulle altre parti del paese e di compressione delle rimanenti energie produttive, organo squisito di sfruttamento e niente altro. Né la tradizione si smentisce: oggigiorno lo Stato italiano sono i cinquecento milioni di Ansaldo ecc. e i sessantamila carabinieri di Nitti. La rivoluzione liberale tra di noi non ha servito che a creare un perfezionato strumento di polizia.
Perciò tra di noi acquista un significato speciale l’espressione che i veri liberali sono i socialisti, espressione che il Missiroli si compiace di ripetere e di cui ho cercato di spiegare quale è il significato generale. Noi siamo, con tutte le nostre smanie e irrequietezze pseudorivoluzionarie, uno dei paesi dove più forte e giù generale è ancora la soggezione inconscia e paziente all’autorità esteriore. Non per niente siamo un paese dove la Riforma religiosa non ha avuto quasi nessuna eco, non per niente siamo la patria e la sede dell’infallibile. Anche i democratici, in Italia, sono preti e sbirri. La lotta di classe è stata, per buona parte del nostro popolo, l’unica scuola di libertà, il socialismo può diventare il vero liberatore di tutto il paese nostro, abituandoci a considerare la libertà come una conquista, gli istituti politici come una incarnazione delle volontà organizzate e coordinate a uno scopo comune, l’autorità sociale come attributo della persona umana, inseparabilmente congiunto con la dignità del lavoro.

Azione e contemplazione

Ma ritorniamo a M. Missiroli e alla posizione sua nella polemica che si svolge attraverso gli articoli da lui ora riuniti in volume. Anzitutto, bisogna riconoscere che il suo modo di impostare e discutere le questioni gli fa una posizione speciale tra i polemisti politici che sono ora in Italia. Nel suo libro la politica, che per la maggior parte degli uomini non è altro che un battagliare di persone e di programmi, che una preoccupazione del momento agita sopra uno scenario cinematografico, la politica diventa contrasto di princìpi, cozzo di avverse posizioni ideali. Missiroli non si può perciò chiamare uomo di parte; egli è un elaboratore di idee, è in fondo soltanto un logico abile e rigoroso. Determinato un punto di partenza, fissata la legge interiore di un movimento spirituale, egli ne deduce inesorabilmente le conseguenze, e le rinfaccia ai timidi, agli incerti, a quelli che vorrebbero fermarsi a mezzo. Così si rivelano le contraddizioni riposte, gli attriti secreti, e le concordanze insospettate: il particolare si illumina della luce dell’eterno, la cronaca si fa storia.
Del resto il compito dello scrittore è facilitato dalla posizione ch’egli prende: egli non parteggia, davanti al gioco immane delle forze scatenate nel mondo, nella lotta per l’affermazione di sé, egli rimane spettatore, non aderisce, non giudica nemmeno se non da un punto di vista interiore al movimento di cui tratta. E fin qui nulla di male: ognuno si scelga la parte che vuole. Ma il Missiroli va più in là, e la sua posizione vuole giustificare da un punto di vista universale, sostenere ch’essa è l’unica conveniente a chi ha acquistato coscienza critica della legge intima della vita e della storia. Perché se essa è lotta, divenire continuo, e se non esiste un punto di fermata, che possa servire come base per un giudizio estrinseco e definitivo, allora non esiste nemmeno un punto nel quale l’uomo di studio possa inserire la propria azione; non resta altro che uno spettacolo da contemplare: le posizioni contrarie si equivalgono, la ragione è nel successo, la storia diventa un succedersi senza meta né scopo, più alta e vera del grido del Manifesto dei comunisti risuona la parola amara dell’Ecclesiaste: non vi è nulla di nuovo sotto il sole.
È l’ultima parola dell’individualismo distruttore e scettico, che ha smarrito la certezza dell’universale, è la disperazione romantica che si ravvolge nel manto della contemplazione, e dandosi il nome di senso storico recide le molle dell’agire. Per noi solo nell’azione vive e si rivela l’assoluto e conoscere il vero vuol dire concorrere alla creazione di esso, prendendo posizione, parteggiando, immergendosi decisamente nel mare agitato della realtà. Acquistare coscienza storica per noi vuol dire sentirsi parte effettiva e operante della storia, conquistare sempre più chiara coscienza del proprio scopo e quindi coscienza di sé come forza attiva. E non possiamo disgiungere il pensare dall’operare.
Mario Missiroli accetta come strumento di studio il metodo del pensiero moderno, ma rifugge dal prendere la posizione di lotta che sarebbe richiesta da esso, e rimane al di fuori della mischia, dove s’immagina che sia l’unica pace, l’unica calma, l’unica quiete che ancora è concessa agli uomini: quella del contemplare. Per noi non vi è quiete che nel risolvere, operando, i problemi che agitano questa nostra vita comune, non vi è calma che nell’eliminare, lottando, le contraddizioni pratiche e ideali, non pace che non sia la conseguenza di un guerreggiare.
Mario Missiroli ha la nostalgia della stabilità del vero oggettivo che si apprende e non si conquista, del bene che si accoglie e non si costruisce: rinchiudendosi nella torre d’avorio dell’uomo di studio egli finisce per negare la modernità: egli è un uomo moderno che ha la nostalgia del cattolicismo.

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