Sistema Marxiano e Circolazione Semplice

Dopo aver esposto i presupposti ontologico-sociali del progetto marxiano, si può iniziare a vedere come il Moro di Treviri costruisce il suo sistema. Qui vedremo come, seguendo il metodo dialettico e partendo dal concetto di merce, egli giunga alla circolazione semplice, ossia il mercato come presupposto non-posto.

I Presupposti Concettuali della Merce

Nel precedente scritto di questa serie avevamo terminato con l’inizio, la merce. Perché la merce riveste per Marx il giusto candidato per l’inizio concettuale della teoria? I motivi sono due:

  1. in quanto unità di valore d’uso (contenuto materiale) e valore (forma sociale), la merce esprime al tempo stesso il carattere universale del contenuto e la sua determinatezza formale, a livello più astratto possibile, che esso assume nel modo di produzione capitalistico
  2. contiene in potenza, grazie alla contraddizione immanente fra le sue categorie implicite, l’intero sistema della teoria del capitale

Sul punto 2 va detto, in primo luogo, che quest’assunzione di completezza non sarebbe possibile senza aver ricostruito nel modo di ricerca le categorie fondamentali dell’economia politica; in secondo luogo, che questo assunto va provato nell’effettiva darstellung (esposizione) del sistema. Marx quindi adotta i parametri tipici della scienza filosofica figlia dell’idealismo tedesco, la wissenschaft (completezza, verifica interna e circolarità), nella costruzione del suo sistema.

Compreso ciò, quali sono i presupposti concettuali della merce? Innanzitutto, questa va tenuta distinta dal prodotto in quanto tale: come ogni prodotto, la merce è un valore d’uso, una ricchezza particolare, ma il prodotto è un concetto più astratto della merce, poiché è il risultato del processo lavorativo astratto dalle sue forme storico-sociali. La forma sociale caratterizzante la merce è il valore, e quest’enunciato è comprensibile solo fissando la merce nella sua struttura complessa.

La merce è prima di tutto prodotto per lo scambio, o anche valore d’uso sociale, un prodotto che viene realizzato per altri e non per il produttore stesso. Perciò, considerando la cosa dal lato del produttore, un ipotetico individuo produttore che producesse per proprio conto tutto ciò di cui ha bisogno e consumasse in proprio il prodotto del proprio lavoro non produrrebbe merce (e manco valore, siccome manca la socialità). Perché questa produzione a scopo di scambio sia pensabile, premessa logica necessaria è la divisione del lavoro: ciascun individuo produttore realizza un certo bene per tutta la società. Necessaria, ma non sufficiente, dato che la divisione del lavoro non è tipica delle sole società in cui vige la produzione di merci in forma allargata. Altra condizione necessaria è che questi individui produttori di una sola parte del fabbisogno sociale siano proprietari autonomi e indipendenti. La proprietà ovviamente significa riconoscimento sociale, non mero rapporto naturale: per garantire un ordine basato sullo scambio dell’individuo produttore, non basta che questo acquisti originariamente il prodotto attraverso il suo lavoro, ma ogni altro membro deve riconoscerlo come avente diritto a quello, così come lui fa con gli altri individui produttori. La questione del riconoscimento sociale potrebbe essere la base per la pensabilità di una critica dell’ordine capitalistico, ossia per una critica della scienza politica affine e complementare al progetto marxiano. Ma su questo per ora non voglio sbilanciarmi.

Considerando invece la cosa dal lato del prodotto, questo, se creato come valore d’uso sociale, è merce solo in potenza, mentre diviene realmente una merce solo se effettivamente consumato dagli altri, cioè se viene scambiato. Se il prodotto creato con lo scopo dello scambio rimane al produttore non abbiamo né merce, né venditore, né valore. Ciò perché i produttori autonomi e indipendenti realizzano un lavoro immediatamente privato, ma lo fanno sotto la sferza della dipendenza dalla società, senza cui, a causa della divisione del lavoro, non potrebbero riprodursi organicamente. Quindi il loro lavoro immediatamente privato è anche latentemente sociale, latenza che si realizza nello scambio: il prodotto del lavoro si trasforma così da immediatamente privato a effettualmente sociale.

Alla doppia natura della merce corrisponde la doppia natura del lavoro produttore di merci (e, come la merce non si identifica col prodotto, il lavoro produttore di merci non si identifica con il lavoro in quanto tale): da una parte, poiché è un lavoro qualitativamente caratterizzato che produce un effetto utile, è un determinato lavoro concreto; dall’altra, essendo il prodotto realizzato una merce, dietro la determinatezza di questo lavoro compare il suo carattere sociale, il lavoro astrattamente umano, produttore di valore. Senza questa socialità mediata dalla potenzialità dello scambio, il lavoro astrattamente umano (e il dispendio fisiologico di energia) non sarebbe una categoria economica, non ci sarebbe la differenza fra lavoro privato e lavoro sociale, il valore non esisterebbe e non avremmo merci. Qui abbiamo la chiave della teoria di Marx, perlomeno nella sua critica all’economia politica classica (motivo per cui trovo scorretto raggruppare Marx fra gli economisti politici classici). Questa infatti è rea di feticismo della merce: appiattisce lavoro produttore di merci e lavoro in generale, lavoro concreto e lavoro astrattamente umano, merce e prodotto, e facendo ciò trasforma il valore in una proprietà fisica del prodotto.

Il valore, ottenuto attraverso l’astrazione da ogni determinazione fisica della merce (ossia dal suo valore d’uso), esprime quindi il carattere comune delle merci, non dei prodotti. Essendo una forma sociale, la merce presa isolatamente (fuori dal rapporto con altre merci) non ha neppure un atomo di valore, e manco è una merce. Perciò, perché un prodotto diventi merce, sono necessarie due condizioni: condizione storica è il passaggio dal precedente modo di produzione al modo di produzione capitalistico, dove la merce è la forma dominante del prodotto; condizione “logica” è che il prodotto creato privatamente dall’individuo produttore realizzi la sua latenza sociale sul mercato.

Dalla Merce alla Circolazione Semplice

Fissato il valore nella sua struttura complessa, ora dobbiamo studiarne le componenti. Come detto nello scritto sull’emendazione di Marx, il valore ha una sostanza, una grandezza e una forma. La sostanza di valore è proprio il lavoro astrattamente umano, che abbiamo analizzato. La grandezza di valore, ossia la sua dimensione quantitativa, non può che essere quindi il tempo dell’erogazione di questo lavoro astrattamente umano che è socialmente necessario a produrre una determinata merce. Va detto che il tempo di lavoro socialmente necessario non può essere identificato ex ante con la tecnica produttiva media. Siccome, come abbiamo detto, la socialità della merce si manifesta nello scambio, la determinazione quantitativa della grandezza di valore può avvenire appunto solo dopo lo scambio. Così il lavoro erogato privatamente viene confermato come socialmente necessario solo dopo la realizzazione della merce, e il lavoro socialmente necessario si pone come risultato, ex post. Ciò non vuol dire che il mercato crea valore, dato che è nella produzione che questo si crea, mentre il mercato determina quanto di questo valore creato si realizza come socialmente necessario. E non vuol dire neanche che gli attori che agiscono in questo modello scambiano e misurano (a livello di consapevolezza soggettiva) sulla base della grandezza di valore. Vuol dire semplicemente che valore e valore d’uso non sono reciprocamente indifferenti e che la socialità delle merci non può darsi ex ante, ma solo nel rapporto di scambio.

Per capire come avviene la misurazione della grandezza di valore, è necessario occuparsi della forma di valore, o valore di scambio. La merce singola è unità immediata (e quindi non-posta) e oppositiva di ricchezza particolare (valore d’uso) e dell’ideale esser ricchezza comune a tutte le merci (valore). Per porre questa unità è necessario trovare una forma di movimento adeguata in cui ciascuno dei due elementi della merce sia posto dall’altro. Ora, come abbiamo detto, presa la merce presa come singolarità è un’astrazione intellettuale, dato che se fosse isolata perderebbe l’elemento sociale (è privata della socialità dello scambio). Ecco quindi che la forma di movimento adeguata per proseguire è un rapporto di merci, che a sua volta necessita della molteplicità delle merci. È solo a questo livello che si può parlare di valore senza fissarlo come semplice astrazione qualitativa universale di tutte le merci. Il rapporto che permette l’espressione del valore, la sua manifestazione fenomenica, è la loro comparazione. Lo svolgimento e la posizione adeguata dell’espressione di valore che avviene nella comparazione di merci è proprio la forma di valore.

Il primo passaggio della forma di valore è la forma semplice di valore. Nella comparazione fra due merci prese in maniera accidentale, la merce A, ossia la forma relativa di valore, esprime in maniera attiva il suo valore nella merce B, mentre la merce B, ovvero la forma di equivalente, fa da materiale in maniera passiva all’espressione di valore della merce A. Le due forme sono strettamente unite, perché l’una non esiste senza l’altra, ma nello stesso tempo si escludono polarmente, in quanto la stessa merce non può apparire contemporaneamente sia in forma relativa che in forma di equivalente. In questo modo la contraddizione interna al concetto di merce si trasforma in una contraddizione esterna. Ma l’accidentalità (qualitativa e quantitativa) di questa comparazione rendono tale manifestazione non adeguata al concetto di valore (che, ricordiamolo, esprime l’universalità della ricchezza del mondo delle merci). Dalla forma semplice si passa quindi alla forma dispiegata di valore: in questa forma il rapporto di valore è espresso in maniera più adeguata rispetto a quella precedente, perché ora, oltre ad aver mantenuto i risultati della forma semplice, è evidente (e non più possibilità del caso) che la sostanza di valore sia il lavoro astrattamente umano, in quanto la merce A non è più in rapporto con una merce singola, ma con l’intero mondo delle merci espresso in una serie infinita. Neanche questa forma però è adeguata al concetto di valore, in quanto, dal lato della forma relativa, il suo valore si esprime in una serie infinita di forme di equivalente. Dal lato della forma di equivalente invece, si ha che vi sono innumerevoli forme equivalenti particolari e ognuna esclude l’altra. Il passaggio alla forma più sviluppata è reso possibile dalla capacità dei possessori di merci di scambiarle con uno stesso equivalente generale. Dalla forma dispiegata si passa così alla forma universale di valore, che conserva i risultati delle due precedenti forme. Accade qui che vi è una singola merce esclusa, ossia l’equivalente generale, attraverso cui tutte le altre merci in forma relativa esprimono il proprio valore. Sotto l’equivalente generale le merci in forma relativa non sono solo qualitativamente eguali, ma anche quantitativamente comparabili. È qui che la contraddizione interna alla merce fra valore d’uso e valore raggiunge un’espressione fenomenica adeguata. Finalmente, ora da una parte abbiamo le singole merci come valori d’uso, dall’altra l’equivalente generale come incarnazione fisica del concetto universale del rapporto fra merci, che rappresenta la ricchezza come tale.

L’equivalente generale deve essere unico per il gruppo di scambianti considerato: se ogni scambiante considera la propria merce come equivalente generale, di fatto il concetto stesso di equivalente generale viene a mancare e lo scambio non può sussistere, andando a trascinare con sé anche il criterio di comparabilità e le merci stessa che, non potendosi scambiare, rimangono prodotti. Per superare la possibilità di questo stallo è necessario che una singola merce, produzione immediatamente privata, diventi immediatamente sociale, la cui funzione sociale sia adibita a incarnazione della ricchezza generale. Abbiamo così il medium effettuale del rapporto tra scambianti: da una parte la ricchezza generale come distinta dalle ricchezze particolari (ma al tempo stesso concettualmente dipendente da queste, senza cui non esisterebbe), dall’altra le ricchezze particolari (che di per sé non sono la ricchezza generale) che si riferiscono alla ricchezza generale come proprio universale. La stessa forma di equivalente generale si sviluppa seguendo la dinamica dell’adeguatezza al concetto che abbiamo visto prima, fino ad arrivare alla posizione della forma di denaro. Denaro ed equivalente generale, infatti, non coincidono: sebbene questo abbia la qualità di essere unico ed essere per tutti lo stesso, manca della materialità conforme al concetto. Per le loro caratteristiche naturali, a livello storico-empirico (ma è comunque una cosa fondata a livello storico-logico) sono stati i metalli nobili, e in particolare l’oro, ad offrire il loro corpo per la funzione di equivalente generale.

Dopo l’arrivo all’oro-denaro Marx sviluppa ulteriormente il concetto di denaro (ad esempio, arriva al concetto di prezzo e alla moneta cartacea) e le sue funzioni (misuratore o misura esterna, mezzo di circolazione, mezzo di pagamento). Avendo sviluppato la cosa in maniera estesa nella mia tesi (Capitolo 2, sezione 2.4) non mi ci soffermo più di tanto. Mi limito a rimarcare, per quanto riguarda il concetto di prezzo, che per Marx ci può essere una discrepanza quantitativa (e qualitativa: si può dare un prezzo anche a cosa che non hanno valore) fra prezzo e grandezza di valore di una merce. La grandezza di valore di una merce infatti ha un rapporto diretto e immanente con il lavoro socialmente necessario a produrla, mentre il prezzo è quel tipo di espressione di valore che media lo scambio fra una merce in forma relativa e il denaro che le è esterno, ed è questo passaggio a rendere possibile l’incongruenza. Questo gap non è un difetto del modo di produzione capitalistico, ma ne è anzi la forma adeguata, in quanto esprime al meglio la doppiezza della merce, il suo carattere immediatamente privato ma latentemente sociale che necessita di una validazione sul mercato. Sempre riguardo a ciò, è necessario fare un’ulteriore distinzione: quella fra misura, misuratore (o misura esterna) e misurazione. Se il tempo di lavoro socialmente necessario è la misura della grandezza di valore, esso non può esserne il misuratore (poiché non ci è dato saperne la quantità effettivamente socialmente necessaria ex ante). Siccome la misurazione avviene ex post nello scambio, il misuratore non può che essere il denaro scambiato, perché è così che effettivamente si stabilisce quanto del lavoro erogato privatamente è socialmente necessario. La misura è quindi la dimensione obiettiva della grandezza, la misurazione l’azione attraverso la quale questa grandezza obiettiva si fissa e viene socialmente percepita a livello fenomenico e il misuratore come quell’elemento che nella misurazione permette di conoscere la grandezza obiettiva alla superficie della società.

Arrivati a questo punto abbiamo che la merce in forma relativa è realmente valore d’uso, idealmente valore, viceversa il denaro è realmente valore e idealmente valore d’uso. È da questa opposizione polare fra le due merci, in cui ciascuno dei due lati della relazione è l’escludere sé da se stesso, che si genera il processo di scambio. La circolazione non è altro che il processo di scambio nel suo ripetersi, quella catena infinita di scambi in cui ciascuno scambio è primo atto di un nuovo ciclo merce-denaro e ultimo atti un ciclo denaro-merce. Eccoci quindi, finalmente, alla deduzione completa del modello della circolazione semplice. Qui, a differenza del movimento delle merci, descrivibile come un flusso circolare, il denaro (in quanto mezzo di scambio) funge come forza centrifuga nei confronti delle merci, le allontana continuamente dalla circolazione dopo aver permesso il loro passaggio di mano a compratori in cerca di valori d’uso che le consumano e prende il loro posto. Il denaro, sovrano del mondo della circolazione semplice in quanto nessuna merce è capace di resistergli (se non si considerano le determinazioni quantitative), continua a muoversi sempre al suo interno mentre espelle da questa le merci. Ma è un mondo parvente (scheinen), non-autonomo e non-fondato, proprio perché il consumo delle merci a cui il denaro le spinge ne distrugge i fondamenti.

Bibliografia

Bellofiore R. e Riva T. – La Neue Marx Lektüre (INGLESE)

Fineschi R., Ripartire da Marx, La Città del Sole, Napoli, 2001

Fineschi R., Marx e Hegel, Carocci, Roma, 2006

Fineschi R., Un Nuovo Marx, Carocci, Roma, 2008

Fineschi R. – Ripartire da Marx (Ciclo di Video per Noi Restiamo)

Marx K., Il Capitale, UTET, Torino, 2017

Musto M., Karl Marx. Biografia Intellettuale e Politica 1857-1883, Einaudi, Torino, 2018

4 commenti

  1. Capiranno mai i nostri eroi sedicenti-marxologi che il loro mito inizia la stesura de “Il Capitale” a partire dalla merce e dunque dal valore e non, che so, dal plusvalore o dalla caduta tendenziale del saggio di profitto? L’appuntamento con LON diventa un’attesa elettrizzante, certo non paragonabile a quella scaturita dal susseguirsi degli episodi della “mitologia” di X-Files, ma comunque sulla stessa onda d’urto!

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