Sistema Marxiano e Capitale in Generale

Ci eravamo lasciati con l’approdo marxiano al plusvalore e alla nozione di classe. Qui riprendiamo i due concetti approfondendoli alla luce delle categorie che riguardano il capitale nella sua quintessenza, vedendole dalla prospettiva della sussunzione del processo lavorativo sotto al capitale.

Processo Lavorativo e Sussunzione

Marx riprende la categoria di processo lavorativo in quanto tale (che ricordiamo, non esiste, essendo una determinazione astorica) per mostrare due cose:

  • in che modo il contenuto viene sussunto sotto la produzione capitalistica, che è una forma specifica di moto
  • come solo con questa sussunzione il lavoro diviene a tutti gli effetti lavoro astrattamente umano (la forma specifica del lavoro nel modo di produzione capitalistico), che è puramente materiale in quanto indifferente alle forme determinate

Nella misura in cui è sussunto, il processo lavorativo assume quindi aspetti qualitativi nuovi e si forma adeguandosi alle leggi di movimento del capitale. Detto ciò, non era possibile il passaggio immediato dal concetto di lavoro in quanto tale alla produzione capitalistica, siccome si sarebbe schiacciato il piano della forma sociale su quello del contenuto materiale: solo passando attraverso la forma sociale determinata si può individuare la determinatezza particolare che il lavoro gioca al suo interno. Ecco perché è stato necessario passare prima attraverso il modello della circolazione semplice, prendendo le mosse dal movimento del valore di scambio sviluppato al suo interno. Essendo la merce unità contraddittoria e immanente di valore d’uso e valore, è evidente che per avere produzione di merci non basta il processo lavorativo in quanto tale, è necessaria anche la forma inerente al processo di creazione di valore. Nella stessa circolazione semplice però, non era possibile parlare della produzione e delle sue forme, perché questa non poneva i propri presupposti. Questo è anche il motivo per cui abbiamo sì definito il lavoro concreto e il lavoro astrattamente umano, ma la definizione data è una definizione provvisoria, non posta: essendo momenti del processo lavorativo, essi sono fuori dal modello della circolazione semplice. Ora che però siamo arrivati alla produzione e circolazione di merci, possiamo parlare del processo lavorativo entrando nello specifico.

Va detto in prima battuta che la sussunzione del lavoro da parte del capitale è in prima fase solo formale, essendo condizione teorica dello stesso concetto di capitale che esso sia una modalità della produzione che prima si instaura e poi si generalizza. Infatti, non essendo una modalità sempre esistita, vi è prima la sussunzione di ciò che è immediatamente dato, poi la conseguente adeguazione del contenuto alla forma attraverso mutamenti (sussunzione reale). Ciò vuol dire inoltre che 1) se la prima fase della sussunzione riguarda un contenuto che è risultato di un processo che non ha nulla a che vedere con la logica interna del capitale, le altre fasi sono forme di moto proprie del capitale, e 2) le sussunzioni vanno interpretate in senso storico-logico e non in senso storico-cronologico (anche se attraverso il senso storico-logico si possono spiegare come le cose sono andate e vanno empiricamente), nei sensi intesi nell’articolo di apertura di questa serie.

Plusvalore Assoluto e Plusvalore Relativo

Nello scorso articolo eravamo arrivati al concetto di plusvalore (Pv), ossia l’eccedenza di tempo di lavoro sul lavoro necessario alla riproduzione della forza-lavoro che viene appropriata dal capitale senza scambio di equivalenti. Questa è la condizione logica di esistenza del modo di produzione capitalistico: senza l’appropriazione di questa eccedenza, il capitale non si valorizza e il moto si blocca. Da ciò si può scomporre analiticamente la giornata lavorativa in due parti:

  • il tempo di lavoro necessario alla riproduzione della forza-lavoro
  • il pluslavoro (Pl)

A loro volta gli elementi della produzione, una volta che sono sussunti sotto il capitale, assumono la forma di:

  • capitale costante (Cc), che sono i mezzi di produzione, chiamati così perché nel processo di produzione la loro grandezza non varia
  • capitale variabile (Cv), ossia la forza-lavoro, chiamata così perché la sua grandezza nel processo produttivo varia

Per misurare il saggio di plusvalore (SPv) si mettono in rapporto plusvalore e capitale variabile, ossia SPv = Pv / Cv . All’interno della stessa categoria di plusvalore si può distinguere fra:

  • plusvalore assoluto, ossia il plusvalore nella sua dimensione statica siccome consiste nella valorizzazione attraverso l’allungamento della giornata lavorativa, senza andare a toccare il processo produttivo
  • plusvalore relativo, ossia il plusvalore nella sua dimensione dinamica, siccome consiste nella valorizzazione attraverso la riduzione del tempo di lavoro necessario e va a cambiare il rapporto di grandezza fra le due parti che costituiscono la giornata lavorativa

L’esistenza del plusvalore assoluto indica l’esistenza effettiva del modo di produzione capitalistico. Da una parte quindi si tratta di un momento effettivo della produzione capitalistica, dall’altra è invece una fase determinata del suo divenire (la sussunzione formale), quel “momento 0” in cui il capitale ancora non esiste in quanto tale e perciò necessita di porre come proprio risultato ciò che gli si presenta come presupposto, rendendo questo contenuto conforme al proprio concetto. Rispetto al plusvalore assoluto, il plusvalore relativo è la forma di moto più adeguata del modo di produzione capitalistico: dato che la giornata lavorativa non è allungabile entro un certo limite naturale, la valorizzazione può aumentare tendenzialmente all’infinito solo aumentando la produttività del lavoro, che riduce il tempo di lavoro necessario in rapporto alla giornata lavorativa complessiva. L’aumento della produttività dal lavoro, sia perché riduce il tempo di lavoro necessario alla riproduzione dei lavoratori salariati, sia perché interviene direttamente nella produzione dei beni di sussistenza, ha come effetto quello di diminuire il valore della forza-lavoro.

Il costante aumento della produttività del lavoro diventa quindi condizione della riproduzione sociale complessiva nel modo di produzione capitalistico, e la sussunzione reale è la periodizzazione temporale di questo aspetto (si parla sempre di una temporalità storico-logica non riducibile alla storia cronologica, ma utilizzabile per spiegarla). I nomi con cui Marx chiama le sussunzioni sono: cooperazione semplice (sussunzione formale), manifattura e grande industria (sussunzione reale). Vediamole adesso nel dettaglio.

Cooperazione Semplice

La Cooperazione Semplice si trova a cavallo fra due livelli di astrazione, quello della dimensione transtorica e quello della specificità dal modo di produzione capitalistico. è allo stesso tempo un universale astratto che non caratterizza alcun modo di produzione e un particolare interno al modo di produzione capitalistico. Qui la possibilità della pluralità posta dal processo lavorativo in astratto si mostra in modo concreto e permette di stabilire il carattere sociale del lavoro in generale, carattere sociale che va inteso come interazione di molti nella realizzazione di un’unica finalità collettiva. Questa finalità ha una doppia faccia: da una parte è la finalità del processo complessivo a cui i singoli si conformano (avendone cognizione almeno in una certa misura); dall’altra è la finalità di un singolo processo interna a quella del processo complessivo. Ne deriva che la finalità del processo complessivo sussume posizione di scopo, conformità a scopo e direzionalità a scopo delle finalità particolari.

Marx chiama la cooperazione semplice “forza naturale del lavoro sociale”, siccome attraverso di essa i singoli che lavorano assieme (anche chiamati “organismo sociale complessivo”) raggiungono una produttività del lavoro che sarebbe impossibile al singolo lavoratore isolato. Questa sua naturalità la rende la prima forma in ordine di apparizione, mentre all’interno di altre forme più sviluppate sarà presente solo come presupposto, come universale astratto.

La produzione capitalistica è quindi, nell’immediato, sussunzione della cooperazione di molti lavoratori sotto al capitale, in quanto (nell’ideale momento 0) il capitale necessita di un modo per aumentare la produttività del lavoro (ed estrarre così plusvalore relativo), e l’unico modo per farlo, perlomeno in questa fase temporale storico-logica, è proprio sfruttare la maggiore potenza produttiva del lavoro sociale. Così, già da subito, la sussunzione del lavoro sociale complessivo è elemento costitutivo del modo di produzione capitalistico.

Ciò permette di evidenziare una caratteristica fondamentale del modo di produzione capitalistico: in questa fase storica la socialità sia esterna (interazione fra produttori indipendenti) che interna (quell’interazione sussunta sotto lo stesso scopo complessivo) della produzione è sua condizione strutturale, che si allarga tendenzialmente a tutta la produzione sociale sotto la sferza della concorrenza, mentre nelle altre epoche la cooperazione era al massimo estemporanea e legata alla produzione di beni molto particolari.

Poiché la cooperazione semplice è la forma elementare in cui si presenta il lavoro socializzato, essa ne contiene in sé le determinazioni generali. Essendo però sussunta sotto il capitale acquista una forma dispotica, come anche in altri modi di produzione: la socialità (intesa come posizione collettiva di scopo) è personificata in un individuo privato che sta al di fuori del processo effettivo di produzione, in questo caso il capitalista. La socializzazione del lavoro si scontra quindi col limite della valorizzazione. A questo livello però la sussunzione è solo formale, perché la cooperazione e la personificazione dispotica della socialità sono presenti anche in altri modo di produzione, per cui qui il modo di produzione capitalistico non ha ancora caratteristiche specifiche che lo differenzino di per sé dagli altri se non, appunto, a livello formale (il dispotismo è del capitalista e non, p. es., del sovrano).

Manifattura

Con la trasformazione tecnologica del processo lavorativo passiamo dalla cooperazione semplice alla Manifattura, forma tipicamente capitalistica di cooperazione (assieme alla Grande Industria). Qui è bene fare una precisazione: non ogni trasformazione tecnologica porta a un cambiamento qualitativo del processo lavorativo. Altrimenti si finirebbe per sostenere che anche la più piccola trasformazione tecnologica porta a un salto qualitativo (il cosiddetto lorianesimo) o, detto in altro modo, che forma e contenuto sono immediatamente coincidenti e la prima si schiaccia totalmente sul secondo. Per essere qualitativamente significative, le trasformazioni del modo di lavorare che avvengono col modo di produzione capitalistico da una parte devono negare la produzione attraverso il lavoro singolo privato, dall’altra devono generalizzare la socialità della produzione rendendo sempre meno occasionale il lavoro cooperativo. Con Manifattura e Grande Industria abbiamo proprio questo, e lo rendono effettuali queste condizioni muovendosi secondo la motorietà della valorizzazione del capitale.

La Manifattura ha una duplice origine: nasce sia dalla combinazione di differenti mestieri autonomi, sia dalla cooperazione di artigiani dello stesso tipo. Nel particolare, ha come risultato specifico quello di rendere la parzialità una qualità della forza-lavoro, e di introdurre quindi la divisione del lavoro: nel caso della cooperazione dei differenti mestieri, questi perdono la loro autonomia e vengono ridotti a reciproca dipendenza al fine di produrre una sola e medesima merce; nel caso ella cooperazione di artigiani dello stesso tipo, un mestiere individuale viene disgregato in differenti operazioni particolari indipendenti, ciascuna funzione esclusiva di un singolo lavoratore. In entrambi i casi il risultato è “un meccanismo di produzione i cui organi sono gli uomini”.

A causa di questa parzialità, da una parte la Manifattura presuppone la cooperazione, ma dall’altra la pone generalizzandone le condizioni siccome scompone l’attività lavorativa in parti. Il lavoratore complessivo è il macchinario specifico di questa forma di cooperazione, formato da singoli lavoratori che hanno perso la capacità di realizzare l’intero prodotto da soli. la socialità del lavoro non è più dipendente dalla mediazione dello scambio di prodotti privati fra produttori indipendenti, che avevamo nella circolazione semplice, ma è condizione stessa della produzione. Il lavoro singolo, privato e isolato, a quest’altezza non esiste più. Non dimentichiamoci però che questa forza sociale del lavoro si manifesta come forma di esistenza del capitale, assieme alle potenze intellettuali da questa messe in moto, contro gli stessi lavoratori, sia come proprietà non loro sia come potere dispotico che li domina.

La socializzazione del lavoro portata dalla Manifattura incontra però dei limiti qualitativi che la rendono una forma inadeguata e di passaggio rispetto alla produzione capitalistica vera e propria, la Grande Industria. Infatti, nonostante la Manifattura crei dei lavoratori parziali, le abilità del singolo lavoratore sono ancora determinanti per la produzione. La divisione del lavoro è allo stesso tempo il portato e il limite della Manifattura. A questa altezza, Marx può distinguere fra due tipi di divisione del lavoro: la divisione del lavoro (Teilung) e la suddivisione del lavoro (Verteilung): nella prima ciascun lavoratore esegue un determinato lavoro in forza della sua particolare abilità nel realizzarlo (è quindi una divisione qualitativa); la seconda è invece la semplice divisione di mansioni di cui tutti sono capaci.

La gerarchia qualitativa fra le differenti abilità della Manifattura, in cui il lavoro non è ancora un’attività puramente formale (e quindi puramente materiale), si contrappone alle necessità obiettive della produzione capitalistica come processo tecnico. L’aumento della produttività del lavoro imposto dalla produzione di plusvalore relativo perciò fa entrare in contraddizione la base tecnica con le esigenze ella produzione da essa stessa create.

Grande Industria

La Grande Industria supera il limite legato all’abilità individuale, presente sia nella Cooperazione Semplice che nella Manifattura e si rivela essere la forma di cooperazione più adeguata al modo di produzione capitalistico. Come ci riesce? Cambiando il soggetto su cui si opera. Invece di operare sulla forza-lavoro, essa opera sul mezzo di lavoro e lo trasforma dapprima in macchina, poi in sistema di macchine. Il soggettivismo del lavoro sociale nella Manifattura, fatto di combinazioni fra lavoratori parziali specializzati e organizzati gerarchicamente, è qui rovesciato nell’oggettivismo di un sistema che ai lavoratori è dato “come condizione materiale di produzione già pronta” e di cui questi sono appendice. Alla gerarchia e allo specialismo si sostituiscono l’eguagliamento e il livellamento dei lavori degli addetti al macchinario.

Operando sulle macchine, le elaborazioni di scienza, tecnica e tecnologia – ossia la potenza del general intellectdivengono momenti determinanti nell’organizzazione della produzione e nella creazione di ricchezza, ma lo divengono sempre nella forma dispotica del capitale, come forza separata dall’esistenza dei singoli lavoratori che le si contrappongono come ad un qualcosa di esterno. Inoltre, il passaggio dal lavoratore parziale al lavoratore appendice parcellizza ulteriormente il processo lavorativo e lo fa diventare (adesso sì) un’attività puramente formale (cioè puramente materiale) alla quale il capitale si contrappone. Il mezzo diviene l’asse portante della produzione, mentre il soggetto controlla dal di fuori lo svolgersi del processo complessivo conformemente allo scopo posto.

Le funzioni meccaniche a quest’altezza non sono più compiute dall’organismo umano, ma realizzate in modo completamente “naturale” (interazione di pure forze della natura) grazie alla scienza. A partire da qui Marx teorizza il processo tendenziale della cosiddetta “scomparsa del lavoro”. La scienza e le sue applicazioni diventano così indispensabili per la scelta degli scopi e dei materiali per realizzarli nella produzione e riproduzione. Scienza e tecnologia però sono da subito un processo sociale: la produzione diventa così sociale in tutte le sue componenti, compresa la posizione di scopo. Così, la Grande Industria pone in sé e per sé quanto nel concetto di Cooperazione Semplice era solamente in potenza.

L’Ipotesi Comunista e il Lavoratore Complessivo

Rispetto alla produzione in generale, ora la determinazione ontologica del lavoro si arricchisce di considerazioni su:

  • mezzo di lavoro, che ha un carattere ontologicamente primario a livello qualitativo sia nella distinzione fra essere umano e altri animali sia nella distinzione fra le epoche della ri-produzione umana
  • posizione di scopo, per la quale vale quanto detto sul mezzo di lavoro, con l’aggiunta che questa permette di sussumere sotto di essa le forze naturali e di farle operare in conformità a essa

A partire da ciò per Marx sarebbe possibile una nuova base della produzione umana, quella che sublima (nega e conserva) il lavoro singolo nel lavoro sociale. Negando il lavoro singolo, la nuova base negherebbe la legge del valore, cioè la stessa forma determinata grazie alla quale questo contenuto è venuto formandosi: se cadesse il lavoro singolo infatti, verrebbe meno anche la sua erogazione come misura della ricchezza sociale, e al suo posto scienza e tempo libero dal lavoro necessario verrebbero a costituire la nuova base per la creazione di ricchezza. In breve, l’ipotesi marxiana è che il sistema di macchine, in quanto incarna lo scopo sociale nella sua struttura oggettiva, lasci agli esseri umani il solo ruolo di controllore esterno e regolatore consapevole del processo complessivo. Questo spiega anche perché Marx non si pone il problema di un’ancora più ipotetico modo di produzione seguente all’ipotetico modo di produzione comunistico: se le modalità proprie di attuazione dei diversi modi di produzione non sono altro che il modo in cui si attua effettivamente ciò che è latente nel concetto di processo lavorativo in astratto, e se, passando attraverso il modo di produzione capitalistico, questo processo lavorativo non solo si parcellizza (con la Manifattura) ma tende a diventare automatico (l’interazione di pure forze della natura della Grande Industria) e a relegare l’essere umano a controllore-regolatore, la latenza si sarebbe pienamente attuata.

Ho usato il condizionale proprio per mostrare quanto questa nuova base della produzione umana sia ipotetica e non ci si arrivi tramite uno sviluppo lineare puramente oggettivo (non solo per me, ma anche per Marx). Una cosa è infatti mostrare il telos immanente allo sviluppo concettuale di un modo di produzione, altra è andare oltre quel modello di modo di produzione e porre le modalità di passaggio reale fra il modo di produzione capitalistico e il comunismo prescindendo dalle forme concrete in cui si realizza il processo lavorativo.

Quanto si può dire restando all’interno del modo di produzione capitalistico è invece che il risultato del processo di sussunzione reale del lavoro è il lavoratore complessivo, interpretabile in due modi:

  • intensivamente, nel senso di una unità produttiva singola integrata
  • estensivamente, nel senso di un livello raggiunto dall’integrazione sociale complessiva, o, detto in un altro modo, il contenuto materiale dell’intera ri-produzione sociale (anche se ancora in forma capitalistica)

L’umanità integrata è risultato del modo di produzione capitalistico, in quanto questi ha reso la ri-produzione interamente interdipendente. Questa interdipendenza nel modello della circolazione semplice era semplicemente presupposta attraverso il rapporto di scambio fra individui produttori (raggiungendo così il loro scopo), mentre adesso è posta dal ruolo prima parziale e poi di appendice del lavoratore nella ri-produzione.

Chi è quindi dentro questa nuova soggettualità? Potenzialmente proprio l’intera umanità, integrata proprio per mezzo del modo di produzione capitalistico, eccezion fatta per coloro che fanno le veci del capitale nella produzione e circolazione di merci. Fineschi include nella categoria del lavoratore complessivo persino il manager, in quanto si tratta pur sempre di un dipendente del capitale. Inizialmente ero anche io di questo avviso, ma ci andrei più cauto: se in astratto il manager è certamente un dipendente del capitale, è certamente un dipendente del tutto particolare. Egli infatti, a differenza di altri dipendenti, incarnando la posizione di scopo ed essendo espressione del capitalista “personale” (di cui fa le veci), non è altro che un’altra faccia del dispotismo del capitale. La lotta dei comunisti per l’apertura di una nuova fase storica sta proprio qui: nell’appropriazione da parte del lavoratore complessivo della capacità di posizione di scopo.

Bibliografia

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Fineschi R. – Ripartire da Marx (Ciclo di Video per Noi Restiamo)

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Musto M., Karl Marx. Biografia Intellettuale e Politica 1857-1883, Einaudi, Torino, 2018

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