L’Italia e le Lobby – 1. Concetti Generali e Modelli

Alcuni concetti fondamentali

Praticamente ogni scritto di scienza politica o di diritto che abbia come tema il lobbying comincia mettendo in evidenza e attaccando la connotazione negativa che il termine “lobby” assume fra le classi subalterne e fra coloro che cercano di rappresentarle politicamente e mediaticamente. Per quanto questi scritti dicano la verità sull’odio che questo Paese nutre per le lobby, l’interesse che mi prefiggo in questa serie di scritti non è quello di ergermi a giudice moralmente superiore, ma di capire perché in Italia si è sviluppato questo sentimento, di valutarne gli effetti e di proporre una soluzione. per farlo però è necessario partire dalle basi, in particolare dai concetti fondamentali della letteratura scientifica che si occupa di studiare le lobby.

Il primo concetto che voglio mettere in chiaro è proprio quello di lobby, o gruppo di pressione. Una lobby è un gruppo di persone, fisiche o giuridiche, accomunate da un medesimo interesse che si pongono l’obiettivo di influenzare il decisore pubblico, in maniera diretta o indiretta, al fine di ottenere un vantaggio o evitare uno svantaggio di natura non necessariamente economica. Una lobby è diversa da un gruppo di interesse, siccome quest’ultimo è un semplice insieme di persone con un medesimo interesse, o che si riconoscono in un medesimo bisogno. Al gruppo di interesse mancano insomma la struttura e la volontà di influenza del decisore pubblico. Una lobby è diversa anche da un partito, e lo è per un motivo fondamentale: il partito mira a trasformare i suoi membri in decisori pubblici, cioè aspira alla gestione diretta del potere politico, mentre le lobby hanno di mira la semplice influenza sui decisori pubblici (mirano cioè a determinare il contenuto della loro agenda).

Le lobby non sono tutte uguali. Queste possono essere innanzitutto divise in due gruppi, in base alla relazione che l’associazione ha con i lobbisti. Esistono infatti i lobbisti conto terzi (le società di lobbying), che svolgono attività di pressione dietro specifico mandato, rappresentano una pluralità di interessi (non in contrapposizione) in modo professionale e si occupano di back e front office, monitoraggio, report sui provvedimenti, interlocuzione coi decisori e presidio dei corridoi decisionali. A differenza loro, i lobbisti in house svolgono attività di lobbying nell’ambito di una specifica azienda di cui rappresentano l’unico interesse. Questi ultimi hanno quindi una dimensione operativa più limitata e rappresentano interessi puntuali e specifici, mentre la loro attività riguarda soprattutto le relazioni esterne e il marketing.

Le lobby possono poi essere classificate in base agli interessi che rappresentano:

  • Le lobby corporative rappresentano interessi collettivi di specifici settori produttivi o professionali (sindacati, imprese, ordini e professioni). I loro lobbisti operano generalmente all’interno di un’associazione di categoria, ma sono diversi da quelli in house perché non operano all’interno di una singola azienda e perché tutelano interessi collettivi. Inoltre la loro attività non va confusa con la concertazione (che riguarda invece proprio il processo decisionale, non la semplice pressione);
  • Le lobby no profit, che tutelano interessi non economici. In merito alle tecniche che queste lobby potrebbero impiegare, vanno tenuti distinti il lobbying e l’advocacy, che invece è un’azione meno mirata, finalizzata a informare ed educare il decisore pubblico per fargli assumere una posizione;
  • Le lobby istituzionali, i cui lobbisti rappresentano interessi generali per conto degli enti pubblici per cui lavorano. Possono agire verticalmente (nel caso in cui, operando in ordinamenti compositi quali federalisti o regionalisti, rappresentano ad un livello di governo centrale le istanze dei livelli di governo territoriale) o orizzontalmente (rappresentano interessi pubblici al medesimo livello di governo cui appartengono);

Rilevano, infine, altre due categorie. I lobbisti civici sono dei cittadini che senza essere remunerati individuano una problematica sociale e iniziano a interessarsene attivamente al fine di influenzare il decisore pubblico. La loro forza di negoziazione si basa sul riconoscimento o disconoscimento dell’azione politica del decisore, che potrà essere premiato alla successiva tornata elettorale dai cittadini. Quello dei lobbisti civici è un fenomeno che si è accresciuto a causa della crescente perdita di fiducia nelle istituzioni mista allo sviluppo delle nuove tecnologie. Ci sono poi i lobbisti indiretti, che non svolgono l’attività di lobbying come attività professionale, ma che riescono a incidere sul processo decisionale con la loro autorità (fondazioni politiche, think tank, giornalisti, avvocati, chiese).

Un altro concetto fondamentale è quello di decisore pubblico, con cui si designano tutti coloro che sono titolari di un potere autoritativo di portata generale. Anche i decisori pubblici non sono tutti uguali:

  • I decisori politici sono tali per derivazione elettorale o per mandato di natura politica;
  • I decisori non politici invece non ricoprono cariche elettive, ma per effetto della loro funzione hanno il potere di porre in essere atti imperativi di portata generale. I decisori non politici possono essere di nomina politica (membri degli staff o degli uffici collaborativi) o di nomina pubblica (dirigenti e funzionari che hanno l’incarico in virtù di processi di selezione trasparente, come i concorsi).

Fra i decisori rilevano poi i casi della magistratura (su cui non si può fare attività di lobbying, o meglio, su cui possono fare “lobbying” solo gli avvocati) e le autorità amministrative indipendenti, su cui fare lobbying non solo è possibile, ma se fatto con criterio compensa la loro estraneità al circuito democratico.

Il compito del decisore pubblico è quello di assicurare il soddisfacimento degli interessi collettivi assumendo decisioni nell’interesse generale. Il punto è come avviene questo processo, cioè qual è l’atteggiamento direi epistemico del decisore pubblico nei confronti delle parti sociali: immanenza o trascendenza.

Nella visione trascendente, la capacità di determinazione dell’interesse generale è tutta interna al decisore pubblico, in maniera immediata. Detta in un’altra maniera, il decisore pubblico si pensa come onnisciente in quanto legittimato da un’elezione o da una selezione rigorosa come il concorso pubblico, e non considerandosi manchevole di informazioni non ha bisogno della mediazione delle parti sociali per determinare l’interesse generale e assumere decisioni. In questo tipo di visione le lobby non possono che essere considerate come un fenomeno patologico che va eliminato, proibito. Un esempio concreto di ciò sono le idee di Le Chapelier, poi tradotte in legge nel 1791, secondo cui «Il doit sans doute être permis à tous les citoyens de s’assembler; mais il ne doit pas être permis aux citoyens de certaines professions de s’assembler pour leurs prétendus intérêts communs; il n’y a plus de corporation dans l’Etat; il n’y a plus que l’intérêt particulier de chaque individu, et l’intérêt général. Il n’est permis à personne d’inspirer aux citoyens un intérêt intermédiaire, de les séparer de la chose publique par un esprit de corporation.» («Deve essere senza dubbio consentito a tutti i cittadini di riunirsi; ma i cittadini di determinate professioni non dovrebbero potersi riunire per i loro cosiddetti interessi comuni; non c’è più una corporazione nello Stato; c’è solo l’interesse particolare di ogni individuo e l’interesse generale. A nessuno è permesso di ispirare nei cittadini un interesse intermedio e separarli dalla cosa pubblica con uno spirito di corporazione»). Sebbene nella formulazione generale del discorso egli avesse di mira ogni interesse intermedio (che con una forzatura retorica viene accostato dal deputato al ristabilimento delle corporazioni), ciò che allarmava Le Chapelier erano in particolare i movimenti para-sindacali, secondo lui lesivi della libertà d’impresa. Con la legge vennero perciò proibite, dal lato dei gruppi organizzati, le negoziazioni salariale e di prezzo, e da parte del decisore pubblico, di tenerne conto, di trattarci e di accogliere le loro petizioni.

Nella visione immanente invece, la determinazione dell’interesse generale si apre alla mediazione delle parti sociali. Il decisore pubblico, manchevole di informazioni, ascolta le parti sociali e per decidere opera una sintesi fra i diversi interessi particolari, sintesi di cui deve rendere conto e di cui si assume la responsabilità. Le lobby non sono intese come un elemento patologico, ma un elemento fisiologico della società moderna. Quindi il problema di chi ha questa visione si sposta dalla proibizione alla regolamentazione: vanno definite in maniera organica sia le aspettative delle lobby riguardo a ciò che il decisore pubblico può e deve fare, sia il modo in cui le lobby devono operare per rappresentare gli interessi, sia il modo in cui la procedura deve svolgersi (buon andamento della PA, imparzialità del decisore pubblico, pubblicità dei processi decisionali, uguaglianza formale dei diversi gruppi di pressione).

Modelli di regolamentazione e forma di governo associata

Petrillo (in Petrillo 2019), comparando la struttura legislativa dei diversi ordinamenti a livello mondiale in tema di lobbying, ha formulato una classificazione basata su tre modelli di regolamentazione:

  1. La regolamentazione-trasparenza, le cui norme sono finalizzate appunto a garantire la trasparenza del processo decisionale. Ciò viene fatto in due modi: prevedendo un obbligo di iscrizione a un Registro per chi esercita attività di lobbying; elaborando norme che impongono obblighi di rendicontazione (redditi percepiti e interessi culturali e sociali) ai decisori pubblici
  2. La regolamentazione-partecipazione, che assomma alle caratteristiche della regolamentazione-trasparenza delle norme volte a garantire la partecipazione dei portatori di interesse al processo decisionale
  3. La regolamentazione strisciante ad andamento schizofrenico, le cui caratteristiche sono: l’assenza di una legislazione organica del lobbying; un corpus normativo frammentato (“strisciante”) che prevede obblighi di trasparenza o anche diritti di partecipazione; una disapplicazione delle norme da parte delle stesse autorità che le hanno introdotte (“andamento schizofrenico”)

Vista l’importanza che ricoprono le lobby nei sistemi politici, Petrillo, rifacendosi alle classificazioni di scienza politica che mettono in evidenza il nesso funzionale fra sistema dei partiti e forma di governo, propone anche una classificazione basata sul nesso funzionale fra regolamentazione degli interessi e forma di governo. Abbiamo così tre tipi di forma di governo:

  1. A interessi trasparenti, il cui rapporto fra decisore pubblico e lobby è definito dalla regolamentazione-trasparenza. In questa forma di governo la questione fondamentale è la possibilità di ricostruire la filiera del processo decisionale, e ciò viene garantito, dal lato del decisore pubblico, con l’obbligo di registrazione dei suoi interessi e degli incontri, il divieto di regalie e di contribuzioni oltre un certo valore, norme sul conflitto di interessi e sul revolving door, e, dal lato dei lobbisti, limiti di finanziamento e trasparenza garantita da delle autorità indipendenti dal controllo politico aperte ai cittadini
  2. A interessi garantiti, il cui rapporto fra decisore pubblico e lobby è definito dalla regolamentazione-partecipazione. In questa forma di governo, oltre alla ricostruzione della filiera del processo decisionale (di cui conserva le norme), è considerata di fondamentale importanza la biunivocità, cioè la possibilità per le lobby di determinare l’indirizzo politico del decisore pubblico attraverso norme che codificano procedure di confronto, consultazione e partecipazione
  3. A interessi oscuri, il cui rapporto fra decisore pubblico e lobby è definito dall’assenza di regolamentazione, o dalla regolamentazione strisciante ad andamento schizofrenico. Questa forma di governo è caratterizzata dall’impossibilità di ricostruire per bene la filiera del processo decisionale e le fonti di finanziamento della politica a causa di norme assenti, frammentate e disapplicate.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea

Sebbene questa serie di articoli sia dedicata all’Italia, prima di analizzare il caso italiano ho voluto riportare, per permettere un’interpretazione in chiave comparativa, altri due casi concreti di regolamentazione del lobbying. Ho scelto di trattare il caso degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, entrambi appartenenti al modello della regolamentazione-partecipazione, per diversi motivi. Innanzitutto, non ho trovato utile trattare casi della regolamentazione trasparenza, perché il tipo di legislazione che si può trovare all’interno di questo modello è compresa anche all’interno della legislazione partecipazione. Il caso degli Stati Uniti e quello dell’Unione Europea poi, mi sono sembrati di speciale interesse. Gli USA infatti sono il rappresentante per eccellenza della regolamentazione-partecipazione, dato che sin dalla loro fondazione i decisori pubblici si sono posti il problema della rappresentanza degli interessi in termini fisiologici. L’UE è invece l’unione di cui il nostro Stato fa parte ed è anche l’arena in cui la maggior parte delle partite per il policymaking (con ricadute nazionali) vengono giocate, perciò ho ritenuto fondamentale conoscerne perlomeno la regolamentazione.

USA

Ho detto che gli Stati Uniti sono stati i primi a porsi il problema della rappresentanza degli interessi in termini fisiologici. Il coinvolgimento delle lobby nel processo decisionale trova infatti fondamento costituzionale già dal lontano 1791, dato che nel I emendamento è statuito il right to petition to the government. Qui petition non vuol dire banalmente “petizione”, ma è la parola all’epoca utilizzata per fare riferimento ad ogni attività rivolta a influenzare le politiche pubbliche per tutelare un interesse particolare: è quindi l’antenato storico del concetto di lobby. Government invece designa ancora, negli Stati Uniti, non il semplice governo (nel loro caso, il Presidente), ma l’intero settore pubblico, o, per ricondurlo a un concetto che abbiamo utilizzato precedentemente, il decisore pubblico.

La prima legge di regolamentazione organica del fenomeno lobbistico è del 1946, ma dato che ne venne limitata l’applicazione (e la conseguente efficacia) dalla Corte Suprema è solo con il 1995 che gli USA ebbero una nuova normativa pienamente effettiva (Lobbying Disclosure Act). La normativa attualmente vigente obbliga chiunque svolga almeno il 20% del proprio tempo professionale in attività di lobbying (dai lavori preparatori ai contatti) per rappresentare i propri interessi di fronte a un “pubblico ufficiale dell’esecutivo”, a iscriversi ad un Registro pubblico. In questo Registro, i lobbisti indicano i propri recapiti, l’attività svolta, i riferimenti del cliente, l’attività prevalentemente svolta, l’interesse da tutelare, il settore in cui si prevede di svolgere l’attività di lobbying, i nominativi di quanti sostengono tale attività con più di 10.000 dollari a semestre e le leggi che sono già state oggetto o si prevede saranno oggetto dell’attività lobbistica. Inoltre, ogni volta che un lobbista incontra un decisore pubblico, deve registrarlo in un’apposita sezione del sito web del Segretariato Generale di Camera e Senato entro 45 giorni, e ogni contatto (incontri, finanziamenti ricevuti o concessi) va resocontato con un rapporto a cadenza quadrimestrale sempre al Segretariato.

Negli USA è presente anche una regolamentazione del fenomeno dal lato del decisore pubblico, per evitarne la “cattura” e fare in modo che questi tuteli realmente l’interesse generale. L’Ethics Manual for Members, Officers and Employees of the U.S. House of Representatives, codificato nel 1999, stabilisce che parlamentari, membri del loro staff e funzionari pubblici non possono ricevere regalie per un valore superiore ai 50 dollari annui, mentre se riguardano componenti della famiglia vanno registrate se superano il valore di 250 dollari in un Albo pubblico tenuto dalla Camera di appartenenza.

Oltre a ciò, dal lato del decisore pubblico sono previste anche delle norme sul conflitto di interessi. Il primo strumento utilizzato è la trasparenza, che si sostanzia nell’obbligo di rendicontazione economica su base annua dei membri della Camera, di candidati e di alcuni funzionari. Il secondo strumento è la disciplina del revolving door (passaggio dal ruolo di lobbista a quello di decisore e viceversa) attraverso un periodo di cooling off (astensione dall’assunzione di determinate cariche): la normativa vigente vieta sia agli ex funzionari pubblici di ritornare nelle amministrazioni da loro precedentemente dirette in veste di lobbisti, sia agli ex parlamentari e a componenti del loro staff di rappresentare interessi per conto di terzi al Congresso, per un periodo di un anno a seguito della scadenza del loro incarico.

Questo in merito alla trasparenza. La partecipazione delle lobby al processo decisionale, invece, si sostanzia in due aspetti della vita politica statunitense. Il primo è l’accesso delle lobby ai lavori del Congresso, che avviene attraverso le hearings. Il processo funziona così: le commissioni parlamentari, al fine di acquisire informazioni su un provvedimento, formalizzano alcuni strumenti dell’istruttoria, fra cui proprio le hearings, ossia delle udienze pubbliche in cui si dà voce alle istanze e alle aspettative dei portatori di interesse; le udienze vengono annunciate con almeno una settimana di anticipo e tutti i portatori di interesse iscritti al Registro hanno diritto ad essere convocati; ogni lobbista interveniente espone poi le proprie ragioni per un tempo definito (uguale per tutti) e viene sottoposto alle domande della commissione per aprire un contraddittorio; alla luce degli argomenti dei soggetti ascoltati, a conclusione delle hearings la commissione procede alla markup, cioè la modifica o l’integrazione del progetto di legge.

Il secondo aspetto è invece il finanziamento delle campagne elettorali, normato dal Federal Election Campaign Act. Questo riconosce il diritto a costituire dei Political Action Committies, cioè dei gruppi di raccolta fondi per finanziare la campagna dei candidati che sostengono i loro interessi. I PACs possono essere di tre tipi: Separate Segregated Funds, amministrati da organizzazioni private; i Nonconnected Committies, gestiti da singoli cittadini e da no-profit (inquadrabili solo se il loro valore non supera i 1000 dollari); gli Independent Expenditure-Only Committee, PACs slegati dalla campagna elettorale finalizzati al sostegno generico di un candidato e di un partito. Nella pratica, il procedimento è questo: le lobby fondano un PAC fissando un determinato interesse, attorno al quale raccolgono risorse di chi lo condivide; dopo aver raccolto una certa somma, il fondatore del PAC chiude la raccolta fondi e offre ai candidati i fondi in cambio dell’inserimento di quell’interesse nel loro programma; i politici che accettano hanno un vincolo di natura esclusivamente politico-morale. La trasparenza del procedimento viene garantita sia dalla Federal Election Commission, che registra ogni contribuzione, sia dall’esistenza di organizzazioni come OpenSecrets. Ciò fa in modo che l’elettore sa quali interessi il politico per cui vota ha deciso di sostenere.

Va detto che il sistema sociale e politico, su cui si erge questo tipo di regolamentazione, è molto diverso dai sistemi europei. All’interno del Congresso infatti non c’è la classica contrapposizione tra maggioranza e opposizione, presente in alcuni sistemi competitivi, dato che manca una reale disciplina di partito, una effettiva frammentazione ideologica e non sono infrequenti accordi bipartisan. La vera lotta fra partiti contrapposti si ha soltanto al di fuori del Parlamento, in particolare nell’elezione del Presidente, e anche in questo caso la competizione non si basa sulle ideologie o su piattaforme programmatiche effettivamente alternative. Il sistema politico americano, di conseguenza, si fonda su coalizioni e compromessi, e in questo spazio le lobby sembrano avere la preminenza rispetto ai partiti.

UE

Nei trattati costitutivi dell’Unione Europea il diritto al lobbying è coperto dall’art. 11 TUE commi 1-3 (“1. Le istituzioni danno ai cittadini e alle associazioni rappresentative, attraverso gli opportuni canali, la possibilità di far conoscere e di scambiare pubblicamente le loro opinioni in tutti i settori di azione dell’Unione; 2. Le istituzioni mantengono un dialogo aperto, trasparente e regolare con le associazioni rappresentative e la società civile; 3. Al fine di assicurare la coerenza e la trasparenza delle azioni dell’Unione, la Commissione europea procede ad ampie consultazioni delle parti interessate”). E dall’art. 15 comma 1 TFUE (“Al fine di promuovere il buon governo e garantire la partecipazione della società civile, le istituzioni, gli organi e gli organismi dell’Unione operano nel modo più trasparente possibile”). Le tre istituzioni più rilevanti per quanto riguarda il lobbying sono il Parlamento, la Commissione e il Consiglio dell’Unione Europea.

Dal lato delle lobby, nel 2011 Parlamento e Commissione hanno istituito un Registro per la trasparenza al fine di regolamentare la partecipazione delle lobby ai processi di produzione normativa, i cui responsabili sono i segretari generali di entrambe le istituzioni. Un grosso problema di questo Registro è sempre stato che l’iscrizione su base volontaria, anche se sembra che le cose siano finalmente cambiate in questa legislatura . Il Registro è composto da tre sezioni:

  1. linee guida sulla sua applicazione e informazioni richieste a chi intende registrarsi: rientrano nell’ambito di applicazione del Registro tutte le attività svolte al fine di influenzare l’elaborazione e l’attuazione delle politiche e i processi decisionali delle istituzioni dell’Unione; le informazioni fornite dai soggetti sono sia di natura generale sul proprio gruppo di interesse, sia di natura specifica (politiche a cui i soggetti sono interessati e informazioni finanziarie)
  2. Codice di condotta, che indica le norme di comportamento a cui gli iscritti debbono attenersi
  3. Meccanismi di reclamo e procedure in caso di violazione del Codice.

In termini di trasparenza delle istituzioni invece, la normativa vigente per il Parlamento obbliga i parlamentari e i loro assistenti a rendere pubblici, in un apposito Registro, tutti gli interessi di cui sono a qualsiasi titolo portatori e tutte le attività o funzioni retribuite da loro esercitate. La mancata dichiarazione nel Registro da parte del parlamentare comporta, a fronte di un debito sollecito, prima la pubblicazione del suo nome nel processo verbale di ciascuna seduta successiva alla scadenza del termine, poi, se l’inadempimento permane, la sospensione dall’ufficio di parlamentare. La normativa vigente disciplina anche gli intergruppi parlamentari, coalizioni non ufficiali che nella prassi vengono costituite su pressione delle lobby al fine di “svolgere scambi informali di opinioni su argomenti specifici tra diversi gruppi politici, con la partecipazione di membri di Commissioni parlamentari diverse, e per promuovere i contatti tra i deputati e la società civile”, prevedendo la dichiarazione di qualsiasi sostegno in contanti o in natura offerto ai parlamentari.

Inoltre, la normativa vigente per la Commissione prevede per i direttori generali, per i commissari e per i membri del loro staff, l’obbligo di fornire informazioni sugli incontri svolti coi portatori d’interesse entro 15 giorni dal termine dell’incontro, rendendo pubblici la data e il motivo dell’incontro, il nome del decisore pubblico incontrato, la tematica trattata e il nome della società incontrata. Tutto ciò è reso pubblico sul sito della Commissione. Nel 2014 la Commissione ha poi unilateralmente introdotto il divieto di incontrare i lobbisti non iscritti al Registro, che però ha un campo di applicazione molto limitato: essendo estesa ai soli Commissari, ai loro capi di Gabinetto e ai direttori generali (circa 250 persone), rimangono scoperti la quasi totalità dei dirigenti, degli alti funzionari e dei membri dello staff (che sono circa 30.000). La Commissione ha anche adottato nel 2018 un Codice di condotta per commissari e vertici degli uffici di staff e delle direzioni generali col fine di normale il revolving door, prevedendo un cooling off di 2 anni per gli ex commissari e di 3 anni per gli ex presidenti di Commissione.

E il Consiglio dell’UE? Nonostante l’ampiezza degli argomenti da esso trattato (dall’economia alla giustizia, dalle politiche sociali all’ambiente) e nonostante sia detentore del potere legislativo in codecisione col Parlamento, il Consiglio è per ora riuscito a sfuggire a qualsiasi regolamentazione di trasparenza e di partecipazione. Solo la riunione dei ministri è “visibile”, mentre è tutt’oggi impossibile conoscere chi prende parte ai lavori preparatori, cosa si dicono i partecipanti e quali sono le posizioni degli Stati. Può capitare addirittura che ai lavori di gruppo e dei vari comitati prendano parte non i presidenti dei ministeri, ma dei delegati, e sebbene di regola questi siano funzionari pubblici, niente vieta che alcuni paesi invitino esperti o tecnici che rappresentano specifici interessi organizzati.

Per ciò che attiene invece la partecipazione delle lobby al processo decisionale, l’Unione Europea è di manica meno larga rispetto agli Stati Uniti. Nonostante la presenza del Parlamento e del Consiglio dell’Unione Europea, è la Commissione a rappresentare il motore dell’azione normativa della UE. Anche qui la regolamentazione dell’Unione non è esente da problemi: al momento di tratteggiare una proposta di regolamento o direttiva infatti, la Commissione può avvalersi di comitati di esperti scelti in modo non trasparente e discrezionale dal suo Direttore Generale. A temperare questa grave mancanza di regolamentazione c’è la presenza della valutazione di impatto delle iniziative legislative sui potenziali destinatari in termini sociali, economici e ambientali. La partecipazione delle lobby al processo decisionale avviene proprio in nel processo di produzione della valutazione, attraverso le consultazioni degli stakeholders (ossia i portatori di interessi). È infatti presente sia un meccanismo di notifica degli stakeholders interessati da determinati processi decisionali, che possono produrre delle proposte in merito, sia un riscontro alle valutazioni da loro trasmesse. Il problema è che il testo licenziato dalla Commissione dopo questo procedimento può essere riscritto (anche tutto) da Parlamento e Consiglio dell’UE, facendo perdere di efficacia le consultazioni.

Bibliografia generale

Petrillo P. L., Teorie e Tecniche del Lobbying, Il Mulino, Bologna, 2019

Pritoni A., Lobby d’Italia. Il sistema degli interessi tra Prima e Seconda Repubblica, Carocci, Roma, 2019

Ferrante M., Transizione di regime e interessi imprenditoriali in Italia, in “Rivista Italiana di Scienza Politica”, pp.81-118, 1998

Lanzalaco L., Dall’impresa all’associazione: le organizzazioni degli imprenditori, la Confindustria in prospettiva comparata, FrancoAngeli, Milano, 1990

LaPalombara, Clientela e parentela: studio sui gruppi di interesse in Italia, Edizioni di Comunità, Milano, 1967

Lowery D. & Gray V., The Population Ecology of Gucci Gulch, or the Natural Regulation of In terest Group Numbers in the American States, in “The American Journal of Political Science, 39, pp. 1-29, 1995

https://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Le_Chapelier

https://www.lanotiziagiornale.it/nuovi-limiti-bruxelles-lobby/

https://www.thegoodlobby.it/comunicato-stampa/trasparenza-draghi-e-15-ministri-bocciati/

The Good Lobby – Una legge sul lobbying, per il bene della democrazia

https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/06/26/la-legge-sul-lobbying-e-a-una-svolta-ora-si-voti-per-favorire-la-trasparenza/6639252/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/05/20/privacy-la-follia-del-garante-troppa-trasparenza-sul-sito-del-ministero-cosi-il-registro-incontri-di-cingolani-viene-rimosso-per-evitare-sanzioni-lui-surreale-quasi-la-lascio-e-pago/6204252/

https://www.ilsole24ore.com/art/lobby-novita-registro-rappresentanti-interessi-all-agenda-incontri-AEss976

https://www.entilocali-online.it/il-progetto-di-legge-sullattivita-di-lobbying-approvato-dalla-camera-dei-deputati/

https://pagellapolitica.it/articoli/programmi-partiti-elezioni-2022

https://www.osservatorioair.it/la-regolazione-del-lobbying-come-elemento-sostanziale-del-policy-making-il-caso-della-regione-emilia-romagna/

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